ode alla cattiveria del cuore

ode alla cattiveria del cuore

Sono cattiva. Non ho mai provato la necessità di accontentare. Il mio piacere, in effetti, viene dal dispiacere gli altri e non il contrario. Nessuno mi ha insegnato a essere cattiva, è per me, come si usa dire, una scienza infusa. Nel corso degli anni molti hanno invece tentato di insegnarmi a diventare buona. Strano, ma quelli che volevano darmi un'idea della bontà, i suoi teorici, gli astrattisti di questa forma dell'animo, avevano ognuno a proprio modo un'aria di malato. Coglievo nel loro sforzo una mancanza di grazia e una fatica che a fine giornata doveva farli cadere in un sonno ebete. Immagino il riposo dei buoni. Deve essere senza movimento, senz'ostacoli, come il sonno delle bestie.

A Napoli, tanti anni fa, mio marito restava sveglio a guardare le mie gambe accavallarsi nervosamente sotto la luce della luna. Mi disse che sembravano, così illuminate, due serpenti di madreperla che danzavano per lui. Quando si ammalò rispolverò quell'antico ricordo. Con un'unica visione gli ho regalato senza saperlo qualcosa con cui abbandonarsi alla morte.

La bontà è incapace di produrre immagini sublimi. Nel migliore dei casi, da un buon operato è possibile originare una composizione gradevole. Ma quell'immagine piatta sarà alla lunga snervante e impossibile da trattenere. La memoria la rigetterà riconoscendola tempo morto, inutile, allo stesso modo in cui l'organismo espelle un esubero di vitamine.

Ormai ho cinquant'anni. Non ho mai pensato al tempo che scorre, alla vecchiaia o al decadimento. Mia madre mi avvertì: «vedrai, i segni della corruzione vengono fuori poi, con gli anni». A me non è successo nulla. Mi hanno sempre fraintesa: io non sono corrotta, tutt'altro. Una persona buona può correre il rischio di corrompersi, ma una persona cattiva, se lo è integralmente come succede di rado, mantiene la sua purezza intatta fino alla fine. La guerra è combattuta dai buoni perché sono obbedienti e vili. Piazzano una bomba in un campo per obbedienza e per viltà. Le persone cattive non si uniscono in gruppi e non partono per il fronte: ridono della battaglia e della morte, rumorosamente, dall'alto profilo di una collina.

La vita in prigione è simile a un teatro delle marionette che riprende ogni giorno lo stesso spettacolo. Quando il giudice pronunciò la mia sentenza, non chinai il capo. Sono ancora bella come il giorno in cui mio marito mi conobbe venticinque anni fa. Ero di una bellezza abbacinante anche quel pomeriggio di maggio davanti alla corte. Sedevo al banco degli imputati con i muscoli del corpo che fremevano e un ardore spaventoso negli occhi.

Il colpo di fucile che uccise mio marito partì in pieno giorno, alla luce del sole. Presi il necessario dall'armadio dove tenevamo anche un vecchio giradischi e una canna da pesca. Le persone cattive sanno che non esistono risposte giuste alle grandi domande e che la vita spesso non richiede altro che agire in fretta, a servizio di una forza superiore e misteriosa - oltre i desideri, la speranza, le vulnerabilità - guidati unicamente dal coraggio.

Le macchine che tenevano in vita il corpo di mio marito rombavano nella camera in penombra. Quel rumore era insopportabile. Quando lui mi vide apparire sulla soglia mi guardò con intensità e annuì appena. L'odore della sua malattia riempiva ormai la casa da cima a fondo.

Il momento decisivo si consumò nell'arco di un istante.

Ci siamo amati molto, oltre le idee di giusto e di sbagliato, instancabilmente.

Quando ho premuto il grilletto un grosso stormo di uccelli si è levato da un albero. Come un'ode alla libertà le loro cento ali spiegate sferzavano l'aria tiepida e ancora una volta sopra tutti gli uomini trionfò nel cielo la cattiveria del cuore.