di Lea Violetta Ferrari
Né vicino né lontano. Ecco come si colloca il luogo in cui sono nata. Una terra di confine. Né troppo vicina al Ducato di Milano né troppo lontana, eppure indispensabile. Né troppo vicina alla Repubblica di Venezia né troppo lontana, eppure necessaria.
La mia storia è una storia di confine. La storia della mia terra ha conferito alla mia stessa storia questa nota particolare, una nota di penombra. Proprio grazie all'assenza di luce qualcosa di me, come il vino e le marmellate, è riuscito a conservarsi negli angoli delle cantine. A guardare bene nella penombra si trova tutto, anche l'inizio della storia. La vista a poco a poco si libera dal buio; il principio prende forma, mi dà slancio. Da un punto bisogna pur partire. Ecco quindi casa mia, come la vedevo da bambina. Quando le cinquanta stanze (più tardi per la noia le contai, erano cinquanta) mi sembravano trecento. Arrivavano a essere trecento, anche mille, nei giorni in cui il castello prendeva vita; e si aprivano camere da letto per ospiti di passaggio, persone davvero misteriose, provenienti da ogni parte, e le cameriere spalancavano le porte della serra per lasciare che l'odore di fiori si spargesse per i corridoi. In quelle stanze avranno dormito centinaia di stranieri. La terra dove sono nata, ricordiamolo, era una terra di confine, una terra transitoria.
Non ricordo quando ho capito di non abitare in una casa qualunque o, meglio, quando ho capito che la gente di solito non vive in un castello. Dev'essere stato doloroso. Non lo so. Non ricordo. Ma casa mia allora mi apparve per sempre diversa. Le stanze si ridussero a essere cinquanta e mi percepii, suppongo all'improvviso, come una loro prigioniera. I miei genitori hanno tentato in ogni modo di educarmi alla scienza del portamento, all'arte di fare inchini e riverenze, all'esercizio del ventaglio. Erano ossessionati dall'idea di fare parte del bel mondo. Eppure Milano e Venezia non le ho mai visitate. Nessuno ci invitava ai grandi balli. Né vicino né lontano. La nostra era una posizione che non ci concedeva il lusso di partecipare. Non mi importava. La verità è che mi piaceva girare per il paese, seguire mio padre fino in piazza, guardarlo mentre gesticolava – aveva con sé una lunga penna? O una spada? – davanti a un uomo che gli mostrava una dozzina di bauli. Le casse, o bauli, sì erano bauli, bisogna aprirli una volta sola, mi disse mio padre, lasciare gli altri a prendere nota e poi dimenticarseli.
Non avevo fratelli né sorelle. Solo un parente di sangue avrebbe potuto seguire degnamente lo stesso destino degli uomini della nostra stirpe; solo un consanguineo poteva capire una terra lunga e sottile, che faceva presto a scomparire agli occhi dei più. Bisognava avere, diciamo, un dono particolare, un gene speciale... come un segno di riconoscimento. Ho cercato di individuare quel segno nei ritratti dei miei antenati, di capire in cosa consistesse. Trascorsi settimane a percorrere avanti e indietro il corridoio principale con aria indagatrice. Perlustrai al dettaglio i miei antenati. La posizione delle braccia, il mento, la bocca, il naso... no, fin lì non sembrava esserci nulla di rivelatorio. Anche gli occhi non mi suggerirono nulla, nulla in più di quello che già sapevo. Poi eccolo lì: un sopracciglio un po' più alto dell'altro! Ho constatato un giorno, quasi di soprassalto. Il comune denominatore, la manifestazione della nostra bizzarra eredità. Un che di furbesco insinuato in tratti alteri e distinti; un sopracciglio che pareva vedere tutto quello che doveva, doveva assolutamente, passare inosservato. Così ci raccapezzavamo, noi di famiglia, mentre negli altri non abbiamo mai potuto riporre grandi speranze.
Anche l'uomo che mi ha sposata è sempre rimasto estraneo alla Calciana; quando guardava il fiume si diceva turbato, confuso dall'Oglio che strisciava come una biscia nell'erba alta, incolta. Sapevo cosa si stava chiedendo: esiste davvero questo posto? Sono fatte di carne e di ossa queste persone con cui mia moglie comunica a gesti, che affollano le nostre stanze, e di cui nell'arco di poco non rimane traccia? Devo essere impazzito. Questa donna mi ha ingabbiato in una fantasticheria. Era un uomo delicato, troppo sensibile. Rassicurato dall'ordine comune, dalle cose semplici e chiare, non ha mai voluto cenare nella sala con gli stranieri. Non amava i doppifondi né i segreti. Un giorno dalla torre di vedetta del lato ovest l'ho seguito con lo sguardo mentre attraversava un campo. La sua sagoma è diventata sempre più piccola, finché il nero non si è confuso con il verde tutt'attorno. Non ho cercato di trattenerlo. Forse aveva ragione. Le persone che arrivano qui sono tutte di passaggio: prima o poi, è inevitabile, spariscono nel nulla.
Io invece resto. Anche dopo tutti questi anni – che se mi mettessi a contarli potrebbero essere secoli, secoli! – non posso fare altro che rimanere. In questo posto non mi serve credere a niente, nemmeno in Dio. A Dio, Allah, Shen, Indra, preferisco una lista di beni strategici. Animali rari, i furti di qualche scavo numerati come se fossero stelle, grani di rosario. Agli stranieri che mi parlavano del loro Dio ho sempre sorriso con rassegnazione. Se esisteva, esisteva dalle loro parti: e quello lo potevano sapere solo loro. Sospetto invece che nessun Dio abbia mai potuto mettere mano al piccolo universo semi-invisibile dove mi trovo. Le nostre strade si sono incrociate per il solo desiderio dei bauli, non certo per un volere celeste. La Calciana e il mio castello, quel crocevia segreto, rispondevano a leggi singolari, decise dalla geografia, dagli uomini che mi avevano preceduta e avevano tenuto conto di quella geografia, facendo del nostro motto "né troppo vicino né troppo lontano" un eterno comandamento.
Spero non mi reputiate una strega o, peggio, una sentimentale. Non sono niente di tutto questo. Mi mancano le qualità di entrambe. Se sono stata predestinata? Sicuramente. Ma ad un ruolo insolito. Come dicevo seguivo mio padre fino in piazza ogni volta che ne avevo l'occasione. Finita l'ultima riverenza, giudicata severamente dalla Signora Nompère de Champagny (che secondo me, poi, francese non lo era e il suo cognome era falso tanto quanto i suoi bracciali) mi sottraevo ai suoi occhi di falco imbellettato e correvo subito verso lo scalone. Da lì, mi affacciavo nella speranza di sentire i passi di mio padre nell'ingresso... affrettarmi, corrergli dietro, era tutto ciò che mi importava. «Svelta, svelta piccola bellezza» mi incoraggiava lui e poggiava la sella sui cavalli. Difficile stimare cosa capissi allora di quelle sue visite in paese. Ogni frase di mio padre aveva diversi livelli, come definirli... di interpretazione. Così come le sue azioni – che comprendevano sovente gesti ambigui – o il suo modo di vestire a metà tra un duca e un cacciatore. Come una bizzarra figura geometrica potevi osservare mio padre da molte, moltissime angolazioni e ottenere un risultato sempre nuovo. Ecco che scende da cavallo, fa un mezzo inchino senza abbassare il capo, parla in francese a degli svizzeri della Romandia. Pare accoglierli con la massima benevolenza, anche se a un certo punto s'inchioda con lo sguardo, quel suo sopracciglio già alto s'inarca ancora, si fa serio. È stato raggiunto nel frattempo da Milesi, il più rispettato tra i negozianti della piazza. Milesi gli fa segno di parlare scostandosi dal gruppo. Mio padre ci pensa un attimo, una frazione di secondo per tutti impercettibile e che forse noto solo io. Gli nega il colloquio senza scuotere il capo, non aggiunge una parola; semplicemente, come se niente fosse, si volta di nuovo verso gli svizzeri, verso quello che sembra essere il capo della spedizione, e gli fa «venez, mes invités», (venite, miei ospiti) come se davvero li avesse invitati lui. E il Signor Milesi è già tornato nella sua bottega, scontento per qualche ragione, di sicuro sconcertato dal fatto che di mio padre non ci ha mai capito niente. Così come non riusciva a capire me, quand'era già molto vecchio. Il punto sta sempre nei bauli, in questo caso nei bauli degli svizzeri, più in generale nei bauli di tanti altri. Il punto sta lì. Eppure noi non c'entriamo con quel punto. Né io né mio padre né il nonno di mio nonno abbiamo mai scritto una lista con una delle nostre penne. I bauli arrivavano e subito scomparivano in qualche retrobottega, compreso a volte il retrobottega di Milesi. Noi abbiamo aperto un'ala del castello ai più distinti capi spedizione mentre i loro compagni dormivano nelle locande, si stringevano intorno a una stufa nelle notti più fredde della Calciana.
Mi piace comunque pensare che le liste esistessero. A volte ho lasciato che me le mostrassero. Ho finto di essere distratta, che me ne importasse poco. Ho finto, di questo mio padre sarebbe stato fiero, di non vederle. Eppure le ho viste. Ho conosciuto grazie a quelle liste i grandi segreti della mia terra. Il mio modo di trattare con gli stranieri è rimasto invariato negli anni. Pur conoscendo i loro segreti, trovavo il modo di discutere d'altro. Se mi facevano dei regali, accettavo quei regali con disinvoltura. Andavo a sistemarli in una camera, la camera dove troneggiava il mio amato camino. La stanza dei regali aveva infatti un camino a due sedute. Sul marmo rosa in lettere d'oro stava incisa la nostra altissima prescrizione "né vicino né lontano", e io ci passavo sopra le dita nella speranza di assorbirla con i polpastrelli. Per quanto tempo, dopo la morte di mio padre, l'altra seduta del camino rimase vuota! Sedevo sola. Per molte stagioni ho guardato il fuoco crepitare in silenzio, circondata da oggetti provenienti da ogni dove, finiti per qualche strana legge universale a galleggiare nello stesso territorio indefinito. Era un silenzio sovraffollato, poliglotta. Gli oggetti si tingevano di rosso per il fuoco del camino fino a somigliare a una sola creatura sfrigolante. Una bambola di porcellana vestita alla tirolese, un tucano impagliato, un fermacarte tedesco... si univano tutti, questi oggetti, nel momento in cui la fiamma ardeva.
A Milano e a Venezia non mi hanno mai invitata. Laggiù, in quelle corti, indagavano sui bauli. A volte arrivavano i doganieri. Non mi sono mai sentita minacciata dai doganieri... erano così giovani, così smarriti. Facevano il loro ingresso in paese e subito quella cosa, quell'incantamento speciale, li prendeva. Rendeva ancora più debole la loro giovinezza, più violento il loro smarrimento. Non parlavano mai direttamente con me della questione per cui erano stati mandati fin qui... nessuno ha mai osato interrogarmi, figuriamoci! I loro bersagli erano altri, perlustravano il retro delle carrozze, a volte (con scarsi risultati) riuscivano a strappare qualche parola ai bottegai. Sono sempre stata gentile anche con loro; una tavolata imbastita al centro del porticato, con le ceramiche, polenta e cacciagione. Non ho mai lasciato trapelare le mie preferenze. Una cosa me la si deve riconoscere: ho sempre trattato i miei ospiti con equanimità.
Eccetto uno. Arrivò a Calcio l'ultimo giorno di giugno. Erano trascorsi quattro anni dalla morte di mio padre, ma lui sembrava ignorarlo. Viveva ormai ritirato sulle montagne della Val Brembana e scendeva solo per rare visite al castello, qui da noi. Mentre mio padre da giovane aveva combattuto per le truppe regolari, il capitano di mercenari Cattaneo, il vecchio capitano di ventura, era sempre stato dall'altra parte. Eppure, così raccontavano, dopo le più feroci battaglie sgattaiolavano fuori dai rispettivi campi e si mettevano a giocare. A giocare? Direte voi. Proprio così. A scacchi principalmente, con una vecchia scacchiera rovinata dai proiettili che si portavano dietro a turno. Mio padre era convinto che Cattaneo fosse un mago. «L'ho visto, una notte, muovere l'alfiere con la forza del pensiero», diceva con grande stupore sul conto dell'amico. Quando gli ho comunicato la notizia della morte di mio padre, Cattaneo ha tirato fuori dal taschino della giacca un mazzo di carte napoletane. Le ha disposte a ventaglio e ha subito aperto il pugno della mano sinistra per farmi vedere che non ci nascondeva nulla. L'ha fatta scivolare sopra le carte ed ecco che un piccolo leone rampante intarsiato nel legno stava proprio lì, al centro del suo palmo. Me l'ha dato senza aggiungere altro. Mi prende ora il sospetto che sapesse che mio padre era morto e che fosse venuto per altre ragioni... o forse proprio per la sua morte. È rimasto una notte soltanto. Ha insistito per cenare solo con me, in un salottino al riparo dalle voci degli stranieri. Al termine della serata mi era venuta voglia di aggiungere il leone agli altri regali; era tardi, ma non era ancora arrivato il momento di separarci, così ho invitato Cattaneo a venire con me. Con fare solenne, ha occupato l'altra seduta del camino. Intanto proseguiva a raccontarmi cose fantastiche; di certe notti, solo sulla montagna, in cui riusciva a ricordarsi ogni particolare della sua vita; di una sera al termine di una battaglia in cui era convinto di essere stato ferito da un pugnale, di essere morto, e aveva girato per ore finché non aveva trovato, steso vicino a un ruscello, il suo corpo – e ci era entrato dentro, così, semplicemente; mi raccontò delle eterne partite a scacchi con mio padre, l'unico a cui non riusciva a leggere la mente. Subito mi tranquillizzò. «Oltre alla tua» mi ha detto «e a quella di tutta la gente di qui». Poi ha appoggiato la testa ad una mano con un gesto lento che conoscevo. «Piccola bellezza – mi ha detto ancora – noi siamo gente di contrabbando e la nostra vita non conosce confine. Siamo così, né vicini né lontani, sempre altrove». Infine ha sorriso alzando il sopracciglio mentre il suo viso, complice il fuoco, sfumava in quello di mio padre.
Interpretato per la prima volta da Lella Costa a Calcio (Bg), presso il Castello Silvestri, a cui il racconto si ispira.