L'isola sarebbe la mia fine

L'isola sarebbe la mia fine

La sirena suona sovrastando il silenzio della notte. Bisogna saper leggere in quel lamento acuto il messaggio, decifrarlo. Ho imparato la lingua della sirena anni fa, nel Novembre del 2019. All'epoca mi ero appena trasferita sull'isola dopo aver terminato l'ultimo anno d'università.

Per me sarebbe dovuto essere il momento della grande scelta, avrei dovuto avvertire il desiderio naturale di trovare un lavoro, un posto magari poco conveniente a una prima valutazione ma che poi, con gli anni, chissà …

Mio padre era del 63'. Cercò in tutti i modi di stimolarmi quel desiderio. Diceva: «A me all'inizio solo settecento euro mi davano. In Fiat, figuriamoci. Ma ho tenuto duro.» E poi apriva le braccia come a insinuare ho tenuto duro e ora eccomi qui a un passo dalla generosa pensione che avrebbe coronato il successo di una carriera verticale in cui tutto era andato liscio, secondo i piani che mettevano in conto gli sforzi e i sacrifici dell'inizio.

Non mi convinse.

Mi trasferii sull'isola. Occupai la casa della nostra prozia polacca che era stata ricoverata in una clinica tre mesi prima.

Avevo un solo compito: nutrire i gatti della prozia polacca. Non sapevo che avrei anche dovuto salvarli da una morte che, senza il mio intervento, sarebbe stata inesorabile.

L'isola non esisterebbe se l'essere umano non si fosse intestardito. Non sarebbe neanche una palude perché fin dall'origine l'acqua la sommerge. Le sue case e le sue strade, in effetti, poggiano su un fondale sottomarino di fango. I primi abitanti piantarono pali di quercia e di salice nel terreno limoso, vi posizionarono sopra delle tavole e le ricoprirono di pietra d'Istria. Quelle tavole e quella pietra durano tutt'oggi, resistono da più di seicento anni e reggono finché dura il peso di ciascuna delle nostre esistenze. I pali di legno immersi nell'acqua sono protetti dall'ossigeno, che impedisce la loro decomposizione.

Nel Novembre del 2019 la sirena suonò tre volte.

Tre significa che l'acqua salirà rapidamente superando i centotrenta centimetri. È il numero massimo di suoni che la sirena possa emettere. Arriverà a quell'altezza e poi salirà ancora. Quanto, la sirena non lo dice.

Pochi istanti dopo la fine del suo monito gli abitanti dell'isola sentirono un ronzio ostinato, come quello che testimoniano di aver udito i superstiti di uno tsunami prima che l'acqua si ritirasse.

In quel caso, l'acqua avanzava. L'isola è stata costruita per accogliere il mare, non per opporgli resistenza. Se dev'essere, sarà, pensarono quei primi che s'inventarono il sistema dei pali.

L'acqua entrò da sotto le porte finestre. Quando raggiunse il livello delle prese elettriche la corrente saltò. Cercai i gatti della prozia polacca facendo luce con una torcia. Giravano inquieti sul tavolo del soggiorno, guardavano in basso la massa nera, poi in alto per cercare una via di fuga: la coreografia dell'accerchiamento.

A quel punto mi avevano insegnato che bisognava chiedere asilo ai piani alti dell'edificio e mettersi tranquilli, in attesa.

Per continuare a tenere con una mano la torcia, i gatti li portai uno per volta su per le scale.

La signora Este sembrava abituata a quel tipo di emergenze. Era nata sull'isola. Mi raccontò del 12 Giugno del 1970 quando una tromba d'aria sollevò un vaporetto e poi lo lasciò cadere ribaltato in prossimità della fondamenta di pietra. Non ci furono superstiti. Anche lei avrebbe dovuto prendere quel vaporetto per tornare a casa, ma prese quello dopo per un'emergenza imprevista al lavoro.

Le dissi: «È stata miracolata!»

Lei mi rivolse uno sguardo deluso, quasi incredulo. Mi ero trasferita sull'isola e ancora credevo che esistessero i miracoli.

Quella volta ci furono ''solo'' due morti. La mattina dopo le vetrine dei negozi erano infrante. La gente cercava la propria barca. Ce n'erano dappertutto, capovolte nei giardini e sulle strade. Tre vaporetti vennero strappati dai loro ormeggi e affondarono. Vidi un uomo che distruggeva il suo frigorifero esausto con un martello sotto gli occhi dei passanti.

Anche ora la sirena suona. Ma i più fiduciosi dicono non ci sia da preoccuparsi. Dopo il Novembre del 2019, l'essere umano si è di nuovo intestardito. Ha impiegato soldi e fatica per dare vita a un mostro custode, un gigantesco esercito di dighe mobili interconnesse tra loro. Alla prima avvisaglia di acqua alta, in risposta all'attacco del nemico, le dighe si sollevano e proteggono i perimetri dell'isola.

Qui è facile distinguere ciò che è artificiale da ciò che non lo è.

La sirena ha taciuto. Il ronzio si sente con la stessa violenza di un tempo. Alcuni dicono che il livello del mare s'alzerà e le dighe non riusciranno a contenerlo, che tutti i soldi investiti sono già persi, che a lungo andare i danni saranno di gran lunga maggiori dei benefici. È una questione di anni. Quanti, nessuno lo sa per certo.

Vedo la signora Este affacciata alla finestra. Guarda in direzione del mare, forse nella speranza di assistere a quella lotta tra ciò che si vuole che esista e ciò che già c'è. Penso allo sforzo che il mostro custode sta compiendo in questo momento per costringere l'acqua alla ritirata, ai quintali di sabbia che la sua virile erezione ha spostato, non senza conseguenze, sul fondale già sconvolto per la forza delle correnti. Forse sarebbe piaciuto alla signora Este ospitarmi da lei anche stanotte, lasciarmi occupare il letto in cui dormiva un tempo la sua unica figlia, aver l'occasione d'insegnare a qualcuno, con uno sguardo, che tutto succede per un ordine naturale, senza forzature e senza miracoli.

Mi siedo sul divano con la porta finestra spalancata davanti a me. Un buio assoluto ha preso il posto del giardino, tanto che mi sembra di essere sospesa nel vuoto, che oltre a me stessa e al ronzio e alla signora Este non esista nulla, nulla su cui si possa scommettere. Mi chiedo se quel 'ho tenuto duro e ora eccomi qui' non comprenda, più di ogni altra cosa, questo: lottare, resistere, erigere dighe d'acciaio per evitare di venire invasi, colpiti.

L'isola era stata costruita per accogliere il mare, non per opporgli resistenza.

All'epoca mio padre non riuscì a convincermi.