di Lea Violetta
È un giorno qualunque di fine Settembre. Una giovane coppia scende la stradina che porta al lido sulla riva del lago Ceresio. I due sono tanto simili nei modi e nell'atteggiamento che vengono spesso scambiati per fratello e sorella. Per entrambi, l'altro è la persona – l'unica - che per tutta la vita sono destinati a ricordare come 'il primo amore'.
Anni dopo il ragazzo sarebbe diventato un uomo ricco. Ora di soldi ne ha pochi, ma si è impegnato per guadagnarne e sorride soddisfatto prendendo dal portafogli una moneta da cinque franchi per pagare il titolare dei bagni. Lei lo tiene per mano stretto e lo tira verso l'acqua.
Anni dopo, seduta ai tavolini di un bar di Cadaqués, le sarebbe venuta l'idea di cambiare il suo nome con uno più elegante. Ora ha vent'anni, un corpo minuto e un'aria furba che le viene dall'impazienza di godersi la vita, evitando il lavoro e gli sforzi.
Spesso litiga con il ragazzo. Ogni volta credono di trovarsi a un passo dalla fine, che sia l'ultima. Ai bagni del lido il ragazzo fantastica con vaghezza sull'uomo ricco che vuole diventare, si sente già quell'uomo in fondo e con anticipo. Guarda il corpo della ragazza stesa sul lettino da cinque franchi, le si accuccia a fianco, le sussurra: «Dove sei?». Lei fa finta di dormire, desidera ferirlo. Qualcosa, in quel modo di fingere, la fa somigliare a un gatto. Un'ostinata ingratitudine, forse, la sua fierezza.
Poco dopo, nella camera in affitto, gli grida: «Tu mi uccidi». Lui sbatte la porta, esce in strada e stacca il cellulare. Entrambi, come succede quando si è troppo giovani, scambiano i loro sogni per convinzioni. Proteggono quelle loro convinzioni come l'unica cosa su cui possono fare affidamento per sopravvivere. Lei piange. In piedi in fondo alla camera ha un presentimento diffuso, mostruoso. Da piccola lo chiamava «l'ombra» e le impediva il sonno. Ora cerca una spiegazione nuova, più precisa, e non trovandola le viene paura. Dimentica quei sogni scambiati per convinzioni. Esce a cercare il ragazzo. Lo trova come altre volte sulla riva del lago. Lui forse non lo sa, ma l'aspettava. L'aspetta sempre, soprattutto quando si convince che non tornerà. Per tutta la vita sarà questo il suo segreto: il ritorno di lei un giorno, prima che sia troppo tardi. La ragazza si commuove alla vista di lui, per la sua giovinezza di cui avverte già la fine e che somiglia alla sua. Il lago sta al centro della scena, immobile, indifferente alla vita di tutti e al tempo. Piangono. Lui dice: «Ce la farò. Ho bisogno che tu mi creda.» Lei sceglie di dirgli che gli crede.
A tarda notte, nella camera, gli promette che scriverà di lui, che nei suoi libri lui sarà sempre presente. «Ogni frase che scriverò» gli dice «dovrà a te la sua esistenza». Dall'immagine di loro nella camera trae la forza per immaginare quei libri, per riuscire a montare su quella figura una storia inesauribile. Ogni scrittore possiede un'unica immagine. Lei ha trovato la sua. Due ventenni in una camera sulla riva del lago.
Anni dopo. Non sappiamo con esattezza quanti. Sette o dieci, suggerisce il volto di lei. Per una volta è in anticipo. Siede nella prima sala del Caffè Florian mentre un vecchio cameriere la guarda sporgersi verso il centro della piazza.
Le ha telefonato la sera precedente. Nel buio di un'altra camera, diversa per molti aspetti dalla prima, lei aveva avuto bisogno di un momento, di un lungo momento, per riconoscere la sua voce. Suo marito si era voltato lentamente verso di lei senza svegliarsi. «Sì» aveva bisbigliato a tentoni nel buio. Per tutta la notte aveva pensato alla sepoltura che aveva dato a quella voce e al nome antico (il suo nome!) che quella voce disseppelliva. Lo aspetta quindi dalla notte prima. Sono dodici ore che lo aspetta.
È sicura che taglierà in diagonale Piazza San Marco, che vorrà passare nel mezzo.
Lei non sa che lui è diventato ricco, che abita in un appartamento da scapolo, che le è rimasto fedele sempre e suo malgrado. Lei non ha mai scritto per il ricordo di lui. Si è dimenticata di scrivere. È la presa di coscienza della morte ad aggredirla in quell'istante. Capisce che «l'ombra» era il presentimento di quella sua morte lenta, cominciata dall'assenza di lui. Cerca di ritrovare un'immagine perduta. Ormai l'immagine non si può recuperare perché guasta.
Lui si è lavato la faccia in un lavandino dai pomelli d'argento, ha dormito due ore. Taglia in diagonale San Marco come lei aveva predetto. Va a sedersi allo stesso tavolo che lei aveva scelto per la sua attesa.
Il vecchio cameriere lo vede mentre si sporge verso la piazza, oltre il vetro lei è già sfumata nella folla di turisti. Si avvicina a quell'uomo febbrile, quasi patetico. Non vuole niente, niente per ora, dice che aspetta.