1. IL VIAGGIO
I cavi dell’alta tensione si alzavano e si abbassavano quasi che anche loro si muovessero mentre il treno proseguiva la sua corsa. I campi coltivati, i vigneti e gli alberi denunciavano con anticipo l’immenso spazio che quel sole avrebbe bruciato per tre mesi. Dal finestrino Beatrice guardava quel nastro che si scioglieva in una somma d’immagini indistinte. Aveva vent’anni. Era grata a sua madre per averle permesso di tagliare i capelli una volta che le lezioni erano terminate. Dopo un periodo di insistenza, in cui ogni giorno, tornata dall’università, piantava i piedi e portava avanti la sua lotta, era riuscita a conquistarsi il diritto di esprimere la sua libertà estetica. Da quando era bambina i capelli le scendevano morbidi e lanosi fino a metà schiena. Con gli anni aveva preso a dispiacersene. Beatrice aveva, come tutti i ragazzi a quell'età, un'idea tanto precisa quando irreale del tipo di persona che voleva sembrare d'essere. Ma non era solo una questione di apparenza; quei capelli così lunghi erano diventati un simbolo di tutto ciò che voleva dimenticare di essere stata.
Beatrice aveva un viso che sua madre definiva duro, poiché si era sempre sforzata di sembrare forte i suoi tratti si erano organizzati di conseguenza. Aveva il profilo affilato da guerriera e le espressioni, spesso trattenute, trasmettevano sempre un ché di altero. Portava dei jeans alti in vita, una camicia di flanella bianca e sedeva a gambe divaricate sul sedile del treno. Con il finestrino aperto, l’aria le passava sulla nuca dandole il privilegio di provare una nuova sensazione di piacere.
Da Torino il viaggio non era lungo. Tuttavia, complesso. Dalla stazione Porta Susa si doveva prendere un primo treno e poi, a Germagnano, cambiare e proseguire fino alla stazione di Ceres. Lì, la zia l’avrebbe aspettata per fare in macchina il tragitto che avrebbe chiuso in bellezza il trambusto di quel viaggio. Arrivare in maniera graduale fino in montagna era faticoso ma permetteva di assistere ai progressivi mutamenti di paesaggio; i condomini, le strade e i palazzi lasciavano spazio a visuali più verdi. Beatrice era entrata, stazione dopo stazione, in una dimensione alternativa.
Era approdata in quella campagna che confina con l’inizio dei monti; dove crescono i primi abeti e dove la vita si fa più lenta, gentile e cauta come conviene alla stagione estiva. Dopo gli ultimi fischi prima di una larga curva, il treno si era fermato alla stazione. La donna che l’aspettava sui binari era la cugina di sua madre, una signora silenziosa che Beatrice ricordava soltanto se si sforzava di rimestare nella sua prima infanzia. A quell’epoca, spesso sua madre nel mese di Luglio non poteva badarle e la mandava a passare con la zia un periodo di vacanza. Quel poco che affiorava alla mente di Beatrice quando ripensava alle settimane trascorse con la zia Laura era l’odore penetrante e insieme amarognolo della camomilla che le portava in camera prima di dormire e l’eco confusa di alcune storie che le leggeva per far passare il tempo. Dalla fine di quelle estati remote, non si erano più incontrate. Dal momento che erano passati anni cruciali, durante i quali Beatrice era cresciuta e aveva dato forma ai suoi gusti, la ragazza si chiedeva come sarebbe stato incontrare nuovamente la zia e ripetere quell’esperienza. Quando cresciamo, gli adulti che conoscevamo da bambini restano gli stessi, ma noi mutiamo a tal punto che ci appaiono sotto una nuova luce. La zia Laura per lei era tornata ad essere un’estranea. Tuttavia, serbavano l’una dell’altra un ricordo, anche se sfocato, che permise loro di superare il distacco. La zia Laura l’accolse sventolando le braccia. Beatrice pensò che somigliava a sua madre perché incedeva senza malizia, s’inceppava quando parlava e indossava un completo sformato. Somigliava, inoltre, a tutte le donne appartenenti alla stessa categoria: quella delle professoresse.
Quando Beatrice prese posto in macchina, la zia le domandò se non avesse avuto un incidente dal parrucchiere. Beatrice sorrise e preferì il silenzio. Nel cielo alcune nubi scurivano a tratti il sole accecante delle alte quote.
Arrivarono a destinazione poco prima del tramonto. La casa della zia Laura si trovava in cima a una stradina che era la vena principale di una zona del paese che i locali chiamavano villar. Le abitazioni erano di pietra massiccia con piccole porte di legno. Quella della zia Laura si distingueva dalle altre perché era leggermente più grande e dalle finestre con le imposte rosse si poteva vedere dall’alto tutto il borgo, la parte antica del paese. Nei pressi era stata costruita, negli anni sessanta del novecento, una piazza in cui c’erano due bar e un supermercato. In macchina, quando si percorrevano le poche strade, quelle erano le sole costruzioni visibili. A prima vista si sarebbe potuto pensare che non ci fosse nient’altro. Ma Beatrice, dopo aver cenato e sistemato i bagagli nella stanza centrale al piano superiore, ricordò che quell’universo, piccolo e confinato, comprendeva anche un terzo territorio. Per assicurarsi che quell’idea non fosse solo un passo falso della memoria, la ragazza si appoggiò al davanzale della finestra e scostò le tende. Era calata la sera. Tutte le pieghe, i solchi e le discese della valle s’intuivano solo da un mischiarsi ingannevole di ombre. Oltre alla piazza con le insegne dei negozi, una staccionata in legno segnava un confine. Di quale mondo? Beatrice strinse gli occhi per vedere meglio. Più metteva a fuoco, più vedeva emergere dall’oscurità i contorni della villa. Non era dunque un’invenzione. La noia che provava da bambina non l’aveva portata a tanto. Eppure, in quel paese così semplice, la villa sembrava un miraggio che molto avrebbe avuto da spartire con giochi e fantasie. Beatrice, da quella distanza, intravedeva l’imponente facciata brillare sotto la luce della luna. Una strada privata isolava il giardino e la casa dal resto del paese. Il portico imprimeva sul selciato una macchia più scura, quasi nera, a forma di una mezzaluna. Il tetto alle due estremità dalle casa era basso, s’alzava però bruscamente nel mezzo, creando l’impressione di una cupola. La villa, vista di notte, sembrava un grande gatto accovacciato. Le montagne sullo sfondo proteggevano quella creatura maestosa, guardandole le spalle. Beatrice rimase affacciata alla finestra, preda d’un singolare tipo di fascinazione. Qualcosa sembrava richiamarla verso quella casa. Esercitava su di lei una forza incantatrice. Oltre a questo, Beatrice avvertiva un'inquietudine… la sensazione d'un presentimento. Era la prima di tante notti che avrebbe dovuto trascorrere in quella stanza eppure quella veduta conteneva un'anticipazione di tutto quello che sarebbe stato. A volte basta poco perché il futuro si preannunci. Il corpo di Beatrice si tese ad ascoltare ancora. La luna gibbosa faceva capolino dalla montagna, quasi anche lei volesse ammirare quella dimora sconosciuta. Tutt’intorno, un pesante silenzio. Solo qualche grillo cantava accompagnato dallo scorrere lontano d’un torrente. Beatrice immaginò che la villa fosse ormai in stato di abbandono, coperta di edera e abitata da spiriti nottivaghi. Le case antiche per lei significavano ancora solitudine e – nei lunghi corridoi – il passo trascinato dei fantasmi. Forse per questo motivo, quando le luci del piano nobile s’accesero, sussultò. Richiuse in fretta la finestra, tirò le tende e scivolò, a sua volta, nel buio.
Nei posti nuovi Beatrice stentava ad adattarsi. I viaggi erano per lei una fatica. Se quell’estate aveva acconsentito ad accettare l’invito della zia, era perché sua madre aveva insistito molto e lei non aveva trovato la forza per opporre resistenza. Si sentiva in colpa. L’esito dei suoi primi esami era stato mediocre e sua madre pensava che andare in montagna avrebbe potuto aiutarla a concentrarsi meglio. Cominciava a pensare di non essere portata per le lettere. Vedersi davanti immensi manuali di critica la scoraggiava e frequentare le lezioni era ancora peggio; la gettava nello sconforto. Lei voleva scrivere e sapeva che per farlo serviva ben altro. Serviva vivere. E la sua vita per il momento non era stata granché.
La zia le aveva liberato il suo vecchio studio e le aveva dato le istruzioni necessarie per usare la cucina e organizzarsi da sé. Le aveva anche detto che quell’anno avevano ritardato le maturità e che sarebbe dovuta andare spesso alla scuola dove insegnava per concludere gli esami.
Non sembrava dispiaciuta. A casa ci sarebbe stata poco e neppure questo a Beatrice dispiaceva. Sua madre quando parlava della Zia Laura diceva che era una brava donna, ma che aveva scelto un'esistenza isolata, si era chiusa volontariamente in se stessa, perché aveva l'abitudine, anche a Torino, da ragazza, di vivere il più possibile in clausura. A Beatrice quel modo di stare al mondo faceva paura. Sapeva che in fondo al suo cuore risiedeva una natura diversa, una tensione che, se assecondata, poteva salvarla da un destino simile a quello della Zia Laura. Era arrivata a quel momento decisivo dove bisogna trovare dentro di sé la forza per fare combaciare l'esistenza quotidiana con le proprie aspettative.
Quando uscì di casa, Beatrice s’accorse di quanto facesse fresco. L’aria la sferzava, le dava un’energia diversa da quella cittadina; un’energia senza scopo e che, proprio per questo, poteva considerarsi più creativa. Scese la stradina rivestita di lastre di pietra, si bagnò i polsi sotto l’acqua di una fontana, fredda e trasparente. Voleva andare al bar e vedere se vendevano le sue sigarette. «Senza sigarette non si può far niente» aveva pensato appena aveva cominciato a organizzare lo studio della mattinata. Percorreva ora una strada più larga, asfaltata, quella che collegava il piccolo borgo alla piazza principale. A sinistra, alcune case con annessi piccoli cortili spogli. A destra, i prati incolti e senza alberi che fiancheggiavano il perimetro dell’intero paese. Sapeva che se avesse preso a percorrerli in diagonale, uscendo dal disegno curvo della strada, sarebbe arrivata all’imbocco del viale privato della villa. Mentre camminava si tratteneva dal guardare in quella direzione, tuttavia, a volte non resisteva. La guardava. Non era più un’entità della notte. La villa si era schiarita. Risplendeva sotto le luci del tardo mattino e lasciava che tutti potessero ammirare le sue forme. Le facciate d’intonaco color ocra con tre ordini di finestre segnavano il piano nobile, per poi diventare via via più semplici. La terrazza poggiava su un vasto portico di colonne neoclassiche. Beatrice ne aveva già viste di case del genere, a Torino sicuramente, ma anche in vacanza, certo all’estero, o quando aveva visitato Roma. Era diverso, tuttavia. Allora le erano sembrate inaccessibili; spesso sorgevano in quartieri che non frequentava, o in città in cui non conosceva nessuno. Sapeva invece che la dimensione dei paesi consentiva un incrocio di traiettorie. Tutto irrimediabilmente si connetteva. Gli universi che rimanevano separati nelle grandi città, nei piccoli posti di vacanza interferivano tra loro. Così le ricche famiglie scendevano in piazza a comprare il pane, esattamente come le altre. Questo permetteva a chi era sempre stato tagliato fuori da quel mondo privilegiato di avvicinarsi, di curiosare con fare un po’ morboso, di domandare … Per poi dirsi con maggiore sicurezza che non erano poi così diversi, erano infelici come tutti, anche se a modo loro.
Indugiando, come adorava fare quando si perdeva a ragionare, si avvicinava sempre di più alla piazza, lasciandosi alle spalle i prati e la vallata. Alcune macchine erano parcheggiate ai lati dello spiazzo grigio e due o tre persone uscivano dal supermercato cariche di sacchetti. Beatrice entrò nel bar. Con una certa sorpresa vide la Zia Laura che sedeva a un tavolo con altre persone. Le fece un gesto con la mano e la invitò ad avvicinarsi. Erano in tre.
«Questa è mia nipote Beatrice. Beatrice, il signor e la signora Laurenti.» disse la Zia.
Beatrice porse la mano e la strinse ad entrambi. Facendolo, sentì gli anelli della donna contro il palmo. La signora Laurenti aveva un viso dolce e nobile. Indossava un ampio abito azzurro del quale, dato che era seduta, non s’intuiva la fine. Una collana di pietre verdi scendeva a cascata oltre l’orlo grigio della scollatura. L’uomo, invece, sedeva diritto, il viso abbronzato, la camicia scura sbottonata sul petto:
«Ci rassicura pensare che i ragazzi non saranno del tutto soli. - disse la donna - Menomale che è venuta a trovare sua zia, signorina Beatrice.»
«Mi ricordo ancora quando venivo da voi a dare lezioni di latino a Bruno.» aggiunse la Zia Laura, preda d’una singolare nostalgia, che le si leggeva negli occhi.
«Com’erano indisciplinati quando ancora facevano il liceo! Non so come riuscisse a mantenere l’ordine. Adesso non sono poi così diversi, ma almeno hanno modo di studiare solo quello che vogliono.» aggiunse il Signor Laurenti con aria divertita.
«Vada a trovarli, oggi pomeriggio magari, quando noi saremo partiti. La prego. Lei gioca a tennis?» continuò.
Beatrice rispose di sì, che giocava a tennis. E che ci sarebbe andata. Andata dove? Non c’era bisogno di chiederlo. Molto spesso le persone somigliano alle case che abitano. Sapeva che il destino stava già giocando la sua partita e che quella mattina le circostanze l’avevano condotta proprio dove voleva andare il suo desiderio. Quella casa adesso aveva un nome, un nome lungo e sinuoso, come le gambe della donna che prima le sedeva di fronte e che ora si era alzata insieme al marito per pagare il conto. Un nome che Beatrice adesso abbinava a diverse caratteristiche aggiunte; al modo di parlare e di muoversi dei due, all’eleganza dei loro vestiti e a quel tipo di cortesia pre-confezionata e deliziosa, inesauribile. Era stata invitata a passare il pomeriggio a Villa Laurenti.
*
Le finestre dello studio erano aperte e lasciavano entrare l’aria creando un crocevia di correnti che confluivano nel mezzo della stanza. L’orologio segnava le tre meno venti. Beatrice, seduta alla scrivania, esitava. Avrei almeno dovuto chiedere per che ora, già è difficile presentarsi così, a casa di sconosciuti. Chissà poi se il loro non fosse un invito fatto per cortesia.. Nella sua mente iniziavano ad affiorare le prime titubanze. Ecco come funzionava; qualcosa andava nel verso giusto, lei s’elettrizzava e, poco dopo, cominciavano a venirle pensieri paralizzanti. Ma quel giorno la curiosità superava l’incombere della paura. Beatrice si sentiva coraggiosa. Indossò l’unico completo che somigliava a una tenuta sportiva; pantaloncini bianchi, una canotta e scarpe di tela gialle. Richiuse le finestre e dimenticò i libri aperti sullo scrittoio. L’eccitazione che aveva in corpo la faceva muovere velocemente, come se fuori ci fosse stata una musica che la chiamava al ballo. Uscì di casa che erano le tre.
Un passo, poi un altro.. Beatrice si trovava davanti al cancello del viale. Al citofono risposero subito, tuttavia nessuno parlò. Uno schiocco attivò il meccanismo delle porte che lentamente iniziarono a dischiudersi. Era come se gli alberi si fossero spostati di loro volontà, senza perdere un non so ché di selvaggio e compatto, lasciando nel mezzo una strada di ghiaia bianca. Castagni, Larici e Noccioli vigilavano sul parco. Beatrice si sentì osservata. Forse, ogni volta che qualcuno entrava, se lo ritenevano degno, spostavano le loro radici e lo lasciavano passare, senza perderlo d’occhio. Alcuni rami scendevano obliqui, le foglie muovendosi li rendevano simili a braccia impegnate in un saluto. Una volta percorso tutto il viale, Beatrice s’avvicinò al portico. Una donna stava in piedi vicino all’entrata. Aveva indosso il grembiule, la fronte sudata. L’aspettava.
«I ragazzi sono di sopra, si stanno preparando. Nel mentre, la prego, si accomodi pure in salotto.»
Aveva una voce dura, un tono profondo e distante. Era una di quelle voci formali a cui non si può fare a meno di ubbidire. Beatrice la seguì. Attraversarono l’ingresso, poi un corridoio che confluiva in un immenso salone dai soffitti alti, a cassettoni. In fondo alla stanza, un camino incorniciato dal marmo che aveva sopra, affisse, cinque maschere africane. Beatrice sapeva che, nelle culture d’origine, chi indossa una maschera tribale abbandona la propria identità e viene trasformato nello spirito che la maschera rappresenta. Dato il significato spirituale, non tutti i membri della tribù sono autorizzati ad indossarle. Solo i più saggi. Si chiese il perché le tenessero tutte lì, sopra il camino. Erano rosse, scure, il legno era intagliato in modo approssimativo, per questo le espressioni apparivano grottesche. Facevano paura per come stridevano con l’atmosfera circostante.
Dalla poltrona in cui si era seduta, lo scalone si vedeva appena. Ma, dopo poco, sentì dei passi precipitosi. Poi, un tonfo. Voltandosi, vide una ragazza che era appena atterrata dopo un salto. Da chinata, si rialzò perfettamente diritta, abbassò con cura le balze della gonna e le venne incontrò.
«In questo mondo è ormai tutto all’incontrario. Le ragazze si preparano più in fretta dei ragazzi. Mio fratello, poi, dice che la prima impressione è tutto, per prepararsi quando deve conoscere qualcuno ci mette almeno un’ora intera. Ma che vuoi farci? Le donne sono più svelte, lo sanno tutti. Io sono Vera.»
Non fece in tempo a finire la frase, che era già seduta sul divano di fronte a Beatrice, le gambe incrociate come in meditazione. I piedi nudi. Sulle spalle le ricadevano i capelli scuri, se li aggiustava con la mano sinistra quando il ciuffo le finiva sugli occhi. Beatrice fu subito colpita da quegli occhi; sembravano il centro non solo del suo viso, ma di tutto il suo corpo. Sarebbero bastati gli occhi a dare l’impressione che avesse un corpo. Oltre alla forma a goccia, erano enormi e azzurri, ma non come quelli di certe ragazze, che appaiono spenti e inespressivi, erano dello stesso colore dello zaffiro e della tanzanite e, proprio come le pietre preziose, avevano la fluidità dei liquidi. La sua figura snella era messa in risalto dalla carnagione chiara. I muscoli tesi della braccia, mentre parlava, sottolineavano la finezza dei polsi e delle dita. Le mani erano simili a quelle di sua madre; lunghe e affusolate. Per il resto, null’altro le ricordava la Signora Laurenti. Vera godeva del privilegio di tutte le bellezze particolari; non somigliava a nessuno, nemmeno ai suoi genitori. Questo credette Beatrice, prima di vedere suo fratello.
Quando scese le scale, non si sentirono scricchiolii, né tonfi. Quando arrivò agli ultimi gradini, probabilmente non saltò perché non si sentirono rumori. Fece il suo ingresso nel salone lentamente e, da come si muoveva piano, si poteva immaginare che tenesse sempre lo stesso ritmo, anche a costo di tardare. Si presentò a Beatrice. Le disse che il suo nome era Bruno. Non si scusò per averla fatta aspettare, ci pensò Vera, che lo precedette. La prima differenza che balzava agli occhi era come i due fratelli approfittassero del tempo; Vera sembrava volerlo occupare il più possibile. Bruno, invece, dava l’impressione di non inseguire nessuno e parlava, misurato, solo quando era il tempo a concederglielo, rispettando le dovute attese. Per il resto, la loro somiglianza era incredibile. Gli occhi di Vera, che Beatrice aveva creduto unici, erano uguali a quelli di Bruno. La carnagione troppo bianca faceva contrasto con i capelli neri, troppo scuri. Le uniche varianti consistevano in quelle di genere; i tratti dolci del viso di Vera, s’indurivano in quello di Bruno. La mascella era più segnata, il naso più affilato, l’ossatura magra ma robusta, le spalle larghe. Erano entrambi eleganti, ma si poteva immaginare che dietro si celassero scenari diversi. La scelta degli abiti di Bruno sembrava ragionata, premeditata in ogni suo dettaglio. Vera invece aveva l’aria di vestirsi così come parlava, senza pensarci. Tuttavia per lei sarebbe stato comunque impossibile apparire trasandata. Poteva scegliere gli abiti da indossare senza soffermarcisi troppo perché era impregnata da una raffinatezza spontanea, che non necessitava sforzo.
«Noi giochiamo a tennis solo quando ci sono i nostri genitori, se no non ci giochiamo. In realtà lo facciamo per accontentarli ma ci annoia.» disse Bruno sorridendo, mentre teneva in mano l’attizzatoio e muoveva la cenere rimasta nel camino.
«Per me è uguale, possiamo fare qualsiasi altra cosa.» rispose Beatrice.
Salirono al piano superiore. Un lungo corridoio lo percorreva e una serie di porte si succedevano, la maggior parte delle quali aperte. Solo la stanza dove entrarono era chiusa, per aprirla, Vera si mise a una mano nella scollatura e, da lì, proprio dal reggiseno nero, che s’intravide appena, sfilò una chiave. Era il boudoir, le spiegò Bruno.
«E che cosa sarebbe precisamente, un boudoir?» domandò Beatrice. Più che essere incuriosita, era meravigliata. Si guardò attorno. Le pareti erano interamente decorate; motivi e ambientazioni fantastiche ricreavano giardini, fontane a forma di delfino, pappagalli, dame a passeggio con lunghe tuniche. La luce del sole illuminava con maggior chiarezza certe scene, oscurandone altre. Le ombre dei tre ragazzi contribuivano a quel movimento.
«Un boudoir è la stanza privata di una signora. In questo caso di una nostra lontana trisavola che, nel settecento, lo usava per truccarsi e, forse, per venire a nascondersi quando voleva restare sola. Il termine deriva da boudoir, un verbo che in francese significa mettere il broncio.» spiegò Bruno.
«Qui ci confessiamo i nostri più intimi segreti perché sappiamo che non è una stanza frequentata da troppi spiriti. E, ormai, a differenza del resto della casa, appartiene soltanto a noi.» fece Vera.
Disse anche che quella era l’unica stanza dove Ginetta, la governante, non entrava a controllare perché aveva perduto la chiave. Era l’unica stanza dove fumavano. Si sedettero in cerchio. Bruno sulla sedia di fronte alla specchiera polverosa, Vera e Beatrice sul tappeto. Le offrirono delle sigarette che tenevano nascoste dietro un vaso rosso, dentro una bella scatolina di metallo che non si portavano mai dietro perché, condividendola, non riuscivano a decidersi su chi l’avrebbe tenuta in tasca, e quindi rischiavano di litigare. Di segreti se ne confessarono quel pomeriggio? Difficile a dirsi. Sicuramente non fecero dichiarazioni sconcertanti e non si chiesero nulla di preciso. La stanza però faceva uno strano effetto; dava un senso di raccoglimento ideale per chiacchierare senza vincoli. Escludeva l’intervento dell’esterno. Anche Beatrice avvertì quell’influenza. S’abbandonò come di solito si riesce a fare quando ci si allontana da casa, quando si viaggia. Si sentiva in un luogo separato dal paese, dal tempo, da tutto ciò che conosceva e di cui aveva paura. Raccontò a Vera e Bruno della Zia Laura, del primo anno di Università, della sua avversione per certi professori, della loro alterigia. Trovò nei due fratelli solo conforto e approvazione. Avevano un opinione sui metodi didattici addirittura più spinta della sua, più spietata e franca. Loro dell’Università non potevano sentir parlare. Una schiera di morti, che s’illudono d’essere vivi, dicevano. E Vera rideva, quando pensava a quello che si era evitata andando a Venezia.
«Se fossi rimasta a Torino, se non fossi entrata all’Accademia di recitazione, sarei sfiorita. Per Bruno, vale la stessa cosa, se non suona il suo pianoforte diventa un altro.»
Sentendoli parlare Beatrice ebbe l’impressione che fossero accordati come un unico strumento. La loro visione sulla vita e sulle persone era la stessa. Terminavano l’uno le frasi dell’altra; Bruno parlava di Vera e Vera di Bruno come se i loro ruoli fossero del tutto intercambiabili, i confini che li dividevano sottili ed evanescenti. Ricordavano i cieli delle scene raffigurati sulle pareti. Gli episodi erano distinti ma le nuvole li avvolgevano tutti, in un solo universo pieno d’immagini – e di voci.
*
Non trascorse molto tempo prima che Beatrice tornasse a Villa Laurenti. Passarono soltanto due giorni. Durante il pomeriggio nel boudoir s’erano decisi a tenere quel ritmo; un giorno per le rogne, un giorno per i sogni, le aveva detto Bruno. Con questo intendeva che un giorno sarebbe servito loro per studiare, un giorno per essere liberi di non fare niente, insieme. Beatrice si era sentita straordinariamente felice. Aveva avvertito nelle parole di Bruno un accennò di approvazione indiscutibile; l’avevano scelta. Nel loro duo, a prima vista così completo, mancava una parte essenziale, che solo lei poteva colmare. Quando il giorno dopo si era trovata nuovamente sola, seduta alla scrivania, intenta a leggere un estratto dal De Amore, erano affiorati alcuni dettagli del pomeriggio in cui li aveva conosciuti. Non aveva avuto modo, nel momento esatto in cui aveva vissuto e osservato, di analizzare così bene il senso dei particolari. Aveva tuttavia registrato ogni cosa. Come il vincolo silenzioso che lega, nel De Amore, il vassallo alla sua dama, anche tra Bruno e Vera nel boudoir si erano mosse correnti sottili che, sotto una comunicazione chiara e coincisa, fatta di regole e formule, nascondevano un doppiofondo misterioso. Ricordava che Bruno, prima di rinnovare l’invito, aveva guardato Vera di sottecchi. In quel momento, breve e denso, si erano intesi in una maniera particolare, simile a quella dei gatti; vale a dire senza ricorrere all’utilizzo né del linguaggio, né della parola. Vera s’era leggermente voltata verso di lui e aveva mosso la mano come dire ‘’avanti, continua..’’. Bruno aveva ubbidito e, con sicurezza, aveva fatto a Beatrice quella proposta. Dopo l’avevano accompagnata alla porta salutandola con entusiasmo. Mentre si incamminava per il viale, prima di uscire dal cancello, si era girata verso la casa. Guardando in direzione della finestra del boudoir, aveva intravisto due sagome che tiravano le tende.
Tornava a Villa Laurenti per trascorrere insieme a Bruno e Vera i pomeriggi. Al posto di Ginetta, erano loro adesso ad aspettarla, o vicino alla porta di legno intagliato, o seduti sulle sedie di paglia del portico. Giusto il tempo di riabbracciarsi e subito s’avventuravano dentro la grande casa. Villa Laurenti si apriva generosa come un fiore alla luce calda del primo pomeriggio. Evitavano accuratamente di incontrare Ginetta e s’infilavano nell’ampio cucinone al pianterreno. Lì rubavano dalla dispensa mele, noci o una fetta di torta al limone rimasta dalla colazione. Poi, salivano le scale. In quelle prime settimane, non la invitarono mai a vedere il giardino. Beatrice non capiva; il bosco era invitante e magnifico. Ma Bruno e Vera titubavano. Il lusso, oltre a dare l’impressione di proteggere, tende a indebolire lo spirito; rende pigri. L’effetto di questo era ben visibile sui due fratelli, che sembravano patirne. Vera aveva confidato a Beatrice che il tempo si dilatava dentro la casa in maniera inquietante. Spesso, le sembrava di fluttuare da un capo all’altro della giornata, senza possedere il senso delle ore. Andava soggetta a improvvisi smarrimenti. Partiva da una stanza con un’idea ben precisa e poi, il tempo d’arrivare a metà del corridoio, l’idea non c’era più; così, come inghiottita nello spazio, si perdeva. La casa giocava dei tiri mancini. Anche quando si sentivano spossati e stanchi, riuscivano solo con difficoltà a prendere aria nel giardino. Passeggiare fino alla piazza del paese, neanche a parlarne, per loro era impossibile. I muri, le stanze, i tappeti e i soffitti li avvolgevano; più loro si dimenavano, più sembrava che qualcosa li impigliasse. Un senso di protezione, un'atmosfera di intimità e di segreto vigevano ovunque. Bruno e Vera s’abbandonavano con indolenza ai fili della rete.
Nonostante questo, riuscivano a studiare. Quell’ambiente frenava qualsiasi iniziativa ma consentiva, anzi agevolava, la concentrazione su qualcosa di fisso. Nei giorni dove non vedevano Beatrice, trascorrevano il tempo chiusi nelle rispettive stanze. In quella di Bruno c’era un pianoforte verticale, appoggiato alla parete crema, che lui suonava senza sosta. Vera, quando finiva di leggere le parti di teatro, andava in camera sua, si sedeva sul letto e si metteva ad ascoltare. A fine melodia, porgeva a Bruno il copione che doveva mandare a mente. Provavano insieme i dialoghi delle tragedie.
Un giovedì della seconda settimana di Agosto pioveva a dirotto e i prati s’erano gonfiati. Il sole velato non prometteva di schiarirsi, i boschi che avvolgevano la valle erano grondaie. Lungo le aspre rupi scendeva l’acqua delle piogge. In quella cornice Beatrice si faceva largo, attenta a evitare le pozzanghere e i ruscelletti. La discesa del villar si slanciava in direzione della Villa. Appena entrò nell’ingresso e avvertì il tepore secco dell’aria, rilassò i muscoli del viso e si sfilò l’impermeabile. La porta era aperta ma nessuno l’aveva accolta. Beatrice percorse il corridoio. Le voci di Vera e Bruno, prima lontane, si fecero più forti. S’avvicinò all’andito che divideva le scale dal salone e s’appoggiò alla colonna della volta, da lì poteva vedere per intero. Anche loro avrebbero potuto vederla ma non si voltarono. Vera indossava un abito di perline verdi, blu e nere variamente alternate secondo un disegno geometrico. Stava in piedi al centro della stanza. Bruno sedeva in poltrona con le gambe accavallate.
«Ahimé! Ahimé! Che mai disegni? Quale immane lutto disegni in questa casa?» Proclamò Vera, portandosi una mano al petto e protendendo il corpo verso quello del fratello, immobile.
«Non intendo..» incominciò poi Bruno, «ché irretito io sono fra vaticinî cui..» girò il volto verso il muro «l’enigma m’accieca.»
«Ahi terrore, ahi, terrore! Che visione è questa?» la bocca di Vera si contrasse in una smorfia. Alzò le braccia verso di lui. Riprese fiato. «Discordia insaziabile contro questa progenie, innalzi un ululo: ché pietre, poi, vendicheran lo scempio.»
S’abbandonò a terra, scendendo lentamente verso il pavimento. Una volta distesa, prese a ridere sommessamente. Entrambi guardarono Beatrice. Bruno diede il via a un applauso.
«Bravo Bruno te la sei ricordata!» disse Vera mettendosi a sedere.
«Agamennone…» mormorò lui. La luce rossa della lampada lo illuminava, rendendo aranciate alcune ciocche di capelli.
Beatrice entrò nella stanza sentendo che oltrepassava i confini d’un tempio. Mentre le gocce di pioggia battevano sul vetro delle finestre, i tre amici si stesero sul lungo divano. Vera appoggiò la testa sul grembo di Beatrice e allungò le gambe fino a toccare con i piedi nudi le cosce di Bruno. Parlarono a lungo del significato del teatro. Tutti convenivano che il teatro antico trattasse le dinamiche profonde della psiche e che il modo d’agire dei personaggi ne fosse l’incarnazione perturbante. Esisteva una logica fatale alla quale nessuno, anche volendo, poteva sottrarsi. Vera disse che la tragedia era la forma d’arte più elevata, poiché aveva in essa qualcosa di sacrale che scaturiva dal sacrificio. L’eroismo e la tendenza a trascendere originavano dallo stesso bacino. Le sofferenze umane, per lei, erano il prezzo da pagare dopo la rinuncia.
*
Beatrice propose di andare a camminare fino alle Gorge di Mondrone. Da due giorni era tornato il bel tempo e l’aria era fresca e più che mai pulita, come succede dopo i temporali estivi. Le Gorge si trovavano a venti minuti dal paese vicino. Tenendo conto di tutto, sarebbero servite almeno due ore ad andare e due ore per tornare indietro. Beatrice ricordava di aver fatto la stessa gita anni prima. Quella mattina era scesa in cucina e aveva trovato la zia Laura, intenta a preparare la colazione.
«Mi piacerebbe andare in quel posto magnifico dove mi avevi portata quando ero bambina. Avevamo anche fatto il bagno, e l’acqua era gelida. Ricordi?»
«Si, certo. Le Gorge. Magnifiche. Intendi andare coi fratelli Laurenti?»
«Si, sempre che loro accettino. Non vogliono mai uscire dalla casa.»
«E’ perché quella gente ha paura di tutto. Anche da ragazzini, stavano sempre insieme, chiusi in stanza a bisbigliare. E i genitori non dicevano mai nulla; sotto, sotto avevano paura, esattamente come loro.»
«Paura di cosa?»
«Ma, va a sapere, paure inventate, fissazioni.» Sentenziò la Zia Laura con tono duro. Frugò nei cassetti e s’avvicinò al tavolo. Porse a Beatrice una cartina con tutte le indicazioni necessarie per raggiungere le Gorge.
Beatrice sapeva che Bruno e Vera quel giorno avrebbero accettato; non era in grado di dire esattamente perché, ma, mentre la Zia Laura le parlava, aveva afferrato con maggiore chiarezza un lato della loro personalità che fino a quel giorno aveva soltanto intuito. Aveva sempre pensato che la paura dei due fratelli non fosse affatto una malattia inguaribile, come pensava la Zia, ma fosse un’abitudine, un modo di vivere a cui loro si erano adattati perché meglio si confaceva con i luoghi che abitavano. Ma sotto questo, si era accorta esserci dell’altro; una specie di reticenza che somigliava al pudore e aveva molto a che vedere con la delicatezza. Bruno e Vera proteggevano il loro legame dal resto del mondo. Non tolleravano, quando erano insieme, di essere osservati. Di cosa avevano vergogna? Probabilmente neanche loro riuscivano a capirlo, ma sentivano dentro qualcosa che temevano si vedesse anche da fuori. Senonché, rifletté a questo punto, non avrebbero certo temuto una gita in un luogo protetto come casa loro, altrettanto intimo e deserto.
Fu proprio la sicurezza di Beatrice nel fare la proposta, a portare Vera e Bruno ad accettare senza indugi. Solo una grande eccitazione, quella che accompagna le persone quando si gettano in imprese coraggiose, si leggeva nei loro preparativi. Riuscirono finalmente a opporsi alle resistenze della casa. Vera tirava fuori i vestiti dall’armadio e lì gettava tutti sul letto, scartando quelli inadatti, vale a dire troppo eleganti, per salire su in montagna. Bruno preparava lo zaino con l’aiuto di Ginetta, infilando al suo interno anche oggetti esagerati per una passeggiata; una torcia, delle corde e provviste di cibo che sarebbero bastate per tre giorni di cammino. Beatrice lo prese in giro bonariamente e lo aiutò a tirare la cerniera che si chiudeva con fatica. Quando uscirono di casa, Vera all’improvviso si mise a correre e tornò dentro. Diceva che si era dimenticata qualcosa di essenziale, tuttavia, non volle dire cosa.
Tagliarono dal giardino e uscirono da una piccola porta al termine dello steccato. Era un camminare piacevole, facile, sul terreno soffice di aghi e di abeti, nell’aria fresca e leggera. Giunsero alla prima all’estremità della valle, laddove, tra le quinte di due montagne, si scorgeva la gola, torreggiante fino al cielo. Da lì, iniziarono a salire. Beatrice ad un certo punto si arrampicò sullo scheletro di un tronco e invitò Bruno e Vera a fare lo stesso. Guardarono insieme la sagoma piccola e chiara della Villa. Dopodiché, continuarono a percorrere il sentiero. Bruno porgeva il braccio a Vera quando doveva evitare qualche buca. Cominciarono a seguire il corso d’un ruscello che man mano s’allargava. Quando il bosco s’aprì, videro l’alta cascata scendere da una parete in pietra. Ne rimasero stupiti. Lo scrosciare dell’acqua e i grandi massi ai bordi della pozza avevano l’aria d’essersi conservati uguali dall’inizio della terra. Erano preistorici. I tre ragazzi scelsero di sistemarsi sulla pietra più larga e liscia. Dallo zaino in cuoio rosso che teneva sulle spalle, Vera estrasse una bottiglia di vino.
«Ecco cosa sei tornata a prendere!» le disse Beatrice.
«E in dono al misero offre, non meno che al beato..» Vera ammiccò prima a Bruno, poi a Beatrice «il gaudio del vino, dove ogni dolore annegasi!» e stappò la bottiglia che emise un suono sordo e festoso.
«Adesso giochiamo che Bruno è Dioniso. Noi, Beatrice, saremo le Baccanti. Per farlo meglio, dovremo toglierci i vestiti.» proseguì con aria di sfida, alzandosi la visiera del cappello. Dopo aver bevuto a canna il primo sorso, le sue labbra s’erano scurite.
Beatrice confidò nell’aiutò di Bruno. Ne rimase delusa. Pensava che si sarebbe opposto a quell’idea, ma ebbe per la prima volta la conferma del controllo che Vera esercitava su di lui. Sotto al suo atteggiamento distaccato e superiore, si nascondeva una debolezza, simile a quella dell’amore, che provava unicamente nei confronti di lei e che lei sapeva sfruttare a suo piacimento. Bruno non disse nulla, si alzò in piedi e cominciò a sbottonarsi la camicia bianca, poi si levò i calzoni. Beatrice trattenne il respiro. Vera dal basso guardava il fratello mentre si spogliava. Lui rimase fermo, in mutande, per qualche secondo. Poi si rivolse alla sorella.
«Così t’aggrada?» le chiese, secco.
«Sei un Dio tutto sommato accettabile.» gli rispose Vera, sfilandosi il vestito da seduta, scoprendosi prima la pancia e poi le gambe.
Beatrice, senza averne voglia, la imitò. Il suo corpo, meno magro di quello di Vera, ma ben fatto, ora aderiva alla superficie calda della pietra.
Vera la prese per mano, dolcemente. «Ci tuffiamo?» le chiese. Si alzarono in piedi, esitarono sul bordo della roccia, poi, prendendo la carica piegando le ginocchia, spiccarono un balzo verso l’acqua cristallina. Beatrice sentì un freddo improvviso accapponarle la pelle della schiena. Vera, dopo essere riemersa, le si aggrappò con le gambe intorno ai fianchi. Erano l'una davanti all'altra, e si guardavano negli occhi. Vera fece scorrere le dita bianche sulle tempie di Beatrice e poi continuò ad accarezzarla, tirandole indietro i capelli bagnati.
«Bruno!» richiamò l’attenzione del fratello. «Guarda come siamo belle.»
«Belle e matte!» rispose lui e, come se volesse con tutto se stesso porre fine a quell’atmosfera di tensione, salì su un masso più alto e, di testa, con le gambe tese, a sua volta si tuffò.
Si avvicinò alle due ragazze e prese barbaramente a schizzarle. Vera smise di tenersi salda all’amica e nuotò verso dove s’infrangeva la cascata. Bruno fece per raggiungere Beatrice ma lei fu più svelta e, con la forza della braccia, tornò a sedersi sul masso, ritraendo le gambe appena in tempo. Allora Bruno, emettendo un suono rauco per intimorirle, come quello d’un mostro degli abissi, prese a nuotare anche lui verso la cascata. Vera mise la testa sotto l’acqua. Sparirono entrambi sotto il getto compatto e azzurro, per comparire dall’altra parte, in quella zona angusta tra il getto e la roccia. Bruno cacciò un urlo, Beatrice vedeva due macchie scure agitarsi, sfrangiate dal flusso d’acqua. Sentendo le loro risate, immaginò che stessero lottando per gioco, senza violenza, facendosi il solletico. Poi, improvvisamente, non udì più nulla. Il rumore rauco della cascata esaltava il tacere delle voci. Solo dopo qualche minuto, Bruno uscì da quel separé bianco e lucente. Vera, camminando tra la spuma delle onde, lo seguì. S’aggiustava con la mano il costume. La spallina, forse per via dell’acqua, si era spostata tanto bastava per far intravedere il seno.
*
Dopo due giorni Beatrice tornò a Villa Laurenti. Vera era malata; la fatica della camminata, o il gelo dell’acqua di montagna, l’avevano raffreddata. Ginetta saliva e scendeva le scale portandole bicchieri in cui frizzavano pastiglie, pezzuole e mele cotte con lo zucchero. La porta della sua camera era chiusa. Bruno disse che la sorella, quando non era in piena salute, preferiva stare sola e non farsi vedere da nessuno. Comunque accolse con gioia Beatrice e la invitò a salire nel boudoir. Era la prima volta che si vedevano soli. Senza Vera, Bruno appariva diverso. Questo succede sovente tra i fratelli molto uniti; quando si separano è come se si liberassero d’una superficie specchiata che rimanda senza tregua un riflesso, si alleggeriscono del giudizio del loro doppio, in cui rivedono inconsciamente se stessi. Ma Beatrice non lo sapeva e solo osservando Bruno se ne accorse. Era rilassato e parlava con una leggerezza nuova. Sedettero sul sofà, vicino alla specchiera. Sul tavolino rotondo, fragile e tarlato, poggiava una caraffa di limonata fredda. Bruno la servì a Beatrice in una coppa da champagne. Brindarono alla guarigione di Vera e si scambiarono uno sguardo d’intesa. Ancora una volta si lasciarono investire dall’atmosfera di intimità che aleggiava nella stanza. Le confidenze che si scambiarono erano diverse da quelle precedenti; ora non parlavano più dei loro sentimenti nei confronti delle cose del mondo ma di argomenti ancora più profondi e personali. Beatrice si stupì di come tutti quei discorsi finirono per riguardare Vera. A volte, la mente umana si fissa su qualcosa di esterno che la turba a tal punto da smarrire i confini che la dividono da essa. Avvenne che i due ragazzi cominciarono a parlare alle spalle dell’amica.
«Per questo mi sono trasferito a Ginevra, anche se non lo sapevamo, era giusto per noi.»
«Non capisco. Pensavo fosse stata una scelta patita.»
«Certamente, ma necessaria. Vera pretende che tutti vivano in funzione sua, crede che la vita sia uno spettacolo, di cui lei è, al tempo stesso, prima attrice e regista. Standole vicino, hai sempre l’impressione di non decidere su nulla.»
«Ne ha coscienza?»
«A tratti. Quando le ho detto che non l’avrei seguita a Venezia, n’è rimasta stravolta. Per i primi mesi, non si è fatta viva. Poi un giorno mi ha telefonato dicendomi che capiva. Cosa? Precisamente non lo so. Forse che l’avevo fatto egoisticamente, solo per me. Ma non è così.»
«Anche lei ne aveva bisogno.» commentò Beatrice.
«Lei forse più di me. Le persone che mettono gli altri in una condizione di dipendenza, sono quelle più fragili. Ovviamente non dico che io mi sia mai opposto.. ma sapevo che non era, quello, un modo sano di viversi la vita.» precisò Bruno, portandosi alle labbra il bicchiere. Una volta che ebbe bevuto, rimase a contemplarne la trasparenza. Abbassò gli occhi. Le sue labbra forzarono un sorriso. «Ancora adesso a tratti me lo scordo.»
Bruno s’alzò di scatto come per trattenersi dal dire altro e s’appoggiò al vano della finestra. Non parlarono più di Vera. Entrambi si sentirono colpevoli e, al tempo stesso, come accade alle persone che dividono una colpa, si sentirono più uniti. Beatrice lo raggiunse al davanzale e guardarono insieme le fronde degli alberi, in silenzio. Il vento aveva una voce, comunicava agli alberi con parole che appartenevano a lingua inumana e lieve. Con la lingua della natura, sussurrava loro qualcosa di proibito. I corpi di Bruno e Beatrice aderivano l’un l’altro e lei sentiva il calore del corpo di lui spingersi sulla sua pelle, dove prima non aveva mai osato. Il suo profumo la raggiungeva a ondate, seguiva il ritmo dei respiri, dei rami e del vento. Fumarono una sigaretta facendo un tiro a testa, sfiorandosi le mani per passarsela. Continuarono così a guardare il giardino. Beatrice si girò verso Bruno solo una volta, per il resto del tempo, i loro sguardi evitarono accuratamente d’incrociarsi.
Calò la sera. Beatrice quella notte fece sogni agitati. Nell’unico che riuscì a ricordare al risveglio era su un treno. Per tutta la durata del sogno, aveva la sensazione d’aver preso quel treno per scappare da qualcosa. Vicino a lei stava seduto Bruno che piangeva sommessamente coprendosi il volto con le braccia. Lei cercava di consolarlo e lui abbassava le mani tanto bastava per far intravedere il viso. I suoi occhi azzurri erano velati. Il treno entrava poi in una galleria il cui buio oscurava completamente il vagone. Bruno iniziava a baciarla, prima timidamente, poi con forza. Nell’oscurità s’abbracciavano e si scambiavano carezze. Quando nel vagone ricominciava a filtrare la luce Vera notava con orrore d’avere le mani e il vestito impregnati di sangue. La giacca di Bruno s’era sbottonata e, sotto, all’altezza del cuore, s’apriva una ferita che aveva tutta l’aria d’essere mortale.
*
Quando Vera tornò in forze ripresero a trascorrere il tempo come d’abitudine, o nel salone al pianterreno, o nel boudoir. Mentre le ultime settimane di Agosto si snocciolavano come le perle d’un rosario, i tre giovani discorrevano per ore intere, giocavano a dama o a scacchi, scommettevano e si assegnavano a vicenda prove di coraggio. Chi perdeva la partita, andava incontro a una punizione inventata dal vincitore; la punizione veniva escogitata con astuzia e consisteva nella rivelazione forzata d’un segreto, o nel compimento d’un’impresa scomoda. L’ultima volta era toccato a Bruno tirare pietruzze alla finestre della casa di fronte, abitata da pastori, e richiamare l’attenzione della figlia più piccola, per dirle che la trovava bella. Questo si era rivelato molto rischioso perché era noto che la piccola avesse cinque fratelli maggiori, tutti gelosissimi e robusti. Ancora prima, Beatrice aveva dovuto, al buio, passeggiare per l’immensa intercapedine della Villa, procedendo a tentoni e non senza un certo spavento. Ora, invece, davanti alla damiera madreperlata, sedevano Bruno e Vera, intenti a finire la partita. Si poteva già intuire il seguito poiché, da come stavano le cose quel giorno, per Vera non c’erano speranze. Bruno avanzava deciso, bloccando ogni sua mossa. Sul suo volto teso era ancora visibili i segni della precedente umiliazione. Era preda di quella sete di vendetta propizia al più crudele tipo di lucidità e perfidia. Quando la mano di Bruno confinò l’ultima pedina di Vera sul tavolo di legno, un sorriso stregonesco gli apparì sul volto. Beatrice, seduta sul bracciolo della poltrona, guardava la scena, cercando di celare la morbosità del suo interesse. Il silenzio che seguì fu denso, simile al momento che precede, in tribunale, l’annuncio del verdetto. Beatrice credette che Bruno lo facesse apposta per rendere a Vera l’attesa più snervante. Più tardi, pensò invece che Bruno stesse valutando, nella sua testa, la gravità di quello che stava per domandarle. Tuttavia, i dubbi morali non bastarono a frenarlo.
«Vai di sopra, prendi la scatola rossa e fai vedere a me e a Beatrice cosa ci tieni dentro.»
Vera strabuzzò gli occhi, indietreggio facendo forza con le braccia sul pavimento.
«Mai!» sibilò, felina. «Mai!»
Beatrice sapeva solo vagamente di cosa si trattava e forse anche Bruno non era mai riuscito a indagare oltre. Sulla scrivania della camera di Vera, vicino ai fogli dei copioni disposti alla rinfusa, si trovava all’angolo sinistro una scatola rivestita di stoffa rossa, con un piccolo lucchetto dorato che ne bloccava la chiusura. La scatola, visibile a chiunque entrasse, eppure così inaccessibile, sembrava attirare un’attenzione strategica; alludeva, e poi negava. In più, Vera ne rimarcava spesso l’importanza che rivestiva per lei, dicendo che racchiudeva i segreti più cupi del suo animo. Nessuno avrebbe potuto aprirla, fino alla sua morte. Bruno molte volte s’era mangiato le mani e anche Beatrice, affascinata dall’idea di scoprire finalmente la natura profonda dell’amica, avrebbe desiderato aprirla.
«Lo devi fare perché così vuole il gioco. Lo stesso gioco di cui tu hai formulato le regole, regole che ti sei impegnata con tanta ferocia a farci rispettare.» disse Bruno, rimendo calmo e scandendo le parole. Guardava fisso la sorella mentre gustava il potere conferitogli dalla vittoria.
«Non posso!» ripose lei, alzando il tono della voce. Stava acquattata sul pavimento, le ginocchia al petto in segno di difesa.
«Devi.» le ordinò Bruno.
Beatrice, se avesse potuto parlare, avrebbe cercato un diversivo, si sarebbe inventata una nuova regola per salvare Vera da quella situazione. Eppure, l’angoscia la paralizzava. Come se tra lei e i due fratelli si fosse acceso un fuoco, che la teneva a distanza. Da Bruno emanava un’aggressività che generava dal desiderio di prevalsa, dalla rabbia e dall’offesa trattenute. Quello che prima era un gioco, come sovente capitava a Villa Laurenti, s’era trasformato in altro, era sconfinato nella realtà della vita vera, in cui le leggi naturali si manifestano con ineluttabile serietà trascinandosi dietro la gioia e la sofferenza. I secondi passavano a fatica.
Un fremito attraversò il viso di Vera e poi scese, scuotendole il corpo. Prima che riuscisse a portare la mano al viso, Beatrice vide i suoi occhi, ovali e celesti, gonfiarsi di lacrime. Non proruppe in singhiozzi, ma piangeva senza gemiti, in silenzio. Beatrice scivolò giù dalla poltrona e, con una naturalezza che la stupì, accarezzò da dietro i capelli dell’amica, cercando di dimostrare, con quel gesto primitivo e semplice, la forza del suo appoggio. Dopo un tempo indefinito, durante il quale Vera continuava a nascondere il viso, Bruno s’alzo. Con una calma fiera, tetra, che sconvolse Beatrice, mosse la testa in segno di diniego. Poi, si chinò sulla sorella:
«Rimanti adunque; ed io così m’invio a procacciar sepolcro al mio fratello.» con un gesto preciso, le scostò la mano dagli occhi.
Vera sollevò le palpebre lentamente e, come due fari in un mare in tempesta, puntò le pupille addosso a Bruno, poi, abbassò lo sguardo al pavimento. «Che freddo timor, Bruno, m’agghiaccia il cuore.» Di questo non si udì più che un sussurro.
Le dita di Bruno, lunghe e affusolate, da pianista, correvano sopra la fronte bagnata della sorella. «Or non ti spaventar, pensa a te sola.»
Per un attimo Beatrice temette che Vera ricominciasse a piangere, ma poi la sentì respirare con vigore: «Non aprir con altrui tale pensiero…» Un sorriso improvviso le si disegnò sul volto e terminò; «… ma tienilo nascosto; et io lo taccio ancora.»
Bruno avvolse in un abbraccio sia Vera che Beatrice. L’incantesimo del male s’era spezzato. Un raggio di luce filtrò dalle tende tirate e illuminò la parete delle maschere africane. Da accovacciati sul pavimento, si lasciarono cadere sullo spesso tappeto circolare.
Il viso di Vera si rilassò, illuminandosi di nuovo. «L’Antigone! Adoro quella scena..» Le gambe di Beatrice sfioravano quelle dell’amica. Tutti e tre guardavano in alto, verso il soffitto a cassettoni. Nell’aria luminosa danzavano migliaia di minuscoli pulviscoli. Beatrice si voltò e vide i profili di entrambi con il disegno dimezzato delle labbra, la solennità nella linea del naso, i ricciolini spioventi sugli zigomi marmorei. Il ricordo della loro espressione assorta le si impresse dentro. Sentì la voce di Bruno rispondere con dolcezza alla sorella; «Lo so.»
*
Era chiaro. Sul paese iniziava a soffiare un vento che non apparteneva più all’estate. Settembre, che Beatrice volesse o meno, era iniziato. Negli ultimi giorni passati a Villa Laurenti, la bianca solennità della scalinata e delle balaustre, gli specchi rossastri e la magnificenza degli arazzi emanavano una tristezza indicibile. Ginetta puliva i corridoi con solventi e candeggine, copriva i divani con speciali teli di plastica e toglieva dai vasi i fiori selvatici, ormai secchi e guasti. La casa mandava segnali inequivocabili. Si preparava anche lei ad affrontare il freddo e desolato inverno. I ragazzi, incupiti, s’abbandonavano alla sensazione amara che precede la nostalgia. Pur essendo ancora vicini, già vivevano nel loro intimo uno stato d’animo corrispondente al rimpianto malinconico di quanto era trascorso. Desideravano tornare insieme, ancora prima di separarsi. Era dura per loro. Beatrice pensava a quanto sarebbe stato bello se Bruno e Vera fossero tornati con lei a Torino, se avessero avuto l’occasione di vedersi durante l’anno, anche se non più nell’esclusiva magia di quel luogo, altrove, nella città. Tuttavia, per quanto si sforzasse, non riusciva a immaginarselo. I fratelli Laurenti le sembravano esistere solo nella casa dove gli aveva conosciuti, nel rifugio calmo e riservato dei saloni. A vagare per le strade di Ginevra e di Venezia, insieme ad altra gente nel rumore e nella folla, non riusciva a figurarseli. Eppure, sapeva che ognuno ha il suo destino, i suoi obiettivi e i suoi sogni e deve – ahimé – raggiungerli da solo. Anche l’esistenza dei fratelli non scampava a certi sforzi necessari. Era, in questo, simile alla sua. Quando Vera aveva chiuso a chiave la porta del boudoir, Beatrice era caduta definitivamente nel languore, si era arresa all’idea di abbandonarli. Il mattino seguente la raggiunsero all’inizio della salita del villar. La Zia Laura l’aiutò a caricare in macchina le ultime valigie. I saluti furono sbrigativi, eppure sentiti. Avendo elaborato la loro separazione già abbondantemente nei giorni precedenti, ora volevano solo levarsi il pensiero, evitare di struggersi di più. Bruno la strinse forte, con le sue braccia magre, vigorose e decise. Da come la guardava si sarebbe detto si sforzasse d’apparire sereno e fiducioso. Poi venne il turno di Vera. Avvicinandosi, la baciò sulla guancia. La lasciarono entrambi con l’allegra promessa di rivedersi l’estate successiva.
2. LA VILLA
Quando Beatrice ricevette la notizia da sua madre ne rimase sconvolta. La Zia Laura si era sposata. Sua madre le disse che si era innamorata di un suo collega, uno nuovo, che arrivava dalla città. Era avvenuto tutto molto velocemente. Quella donna che aveva sempre ambito a un’esistenza protetta, solitaria, senza drammi di sorta, era stata sopraffatta da una passione improvvisa che l’aveva condotta a smarrire la retta via. In meno di due mesi, avevano organizzato il matrimonio; una cerimonia intima, nella chiesa del paese, con pochi invitati e senza esibizionismi, nel tardo mattino di una giornata di sole. Solo i pastori e i commercianti ne erano stati informati e avevano presenziato alla festa, con la banda che suonava i tamburi e le trombe. Poi, era avvenuto l’impensabile. I due sposi, senza tanti complimenti, avevano lasciato su due piedi le loro cattedre al Liceo di Ceres ed erano partiti per un viaggio di nozze in India, della durata di un vero tour, che avrebbe coperto l’arco d’un intera estate. Beatrice era piombata nel più nero sconforto. C’erano poche certezze nella sua vita; non indovinava mai l’esito dei suoi esami, leggeva sui giornali oroscopi e aspettava ogni giorno, come sempre, qualche avvenimento improvviso e sconvolgente. Su una cosa soltanto non aveva dubbi; quell’Agosto la Zia Laura l’avrebbe invitata nuovamente a casa sua. Ora tutto pareva sfumare in una nuvola nera, composta da densi vapori di patchouli. Per settimane intere non si era data pace. Era davvero così che s’infrangevano i sogni, anche i più belli? Per i capricci degli altri? Beatrice brontolava, scendeva dal letto solo di malavoglia, interrompeva i libri perché non sopporta più i finali felici. Era sempre stata facile alla disperazione ma, tuttavia, in una parte molto profonda di sé, serbava ancora una speranza. La forma che questa speranza assunse, fu quella di una telefonata. Si erano sentite solo raramente durante l’inverno ma certe volte Vera le telefonava, le chiedeva come stesse, le raccontava dei suoi spettacoli, delle sue conquiste e insieme progettavano le avventure future. Beatrice era talmente entusiasta di quei colloqui che aveva sviluppato un sesto senso che li annunciava prima che si verificassero. Anche quella sera, quando sentì il telefono di casa squillare, urlò a sua madre di non rispondere, poiché già sapeva che la telefonata era per lei. La voce di Vera, come sempre, si sentiva male, coperta com’era dal chiacchiericcio frenetico delle sue coinquiline, tre attrici della sua stessa Accademia portate per natura, come la stessa Vera, allo sfoggio e alle ostentazioni. Beatrice, dall’altro lato della cornetta, prendeva tempo. Dire alla amica che non avrebbero potuto passare l’estate insieme l’atterriva; le sembrava di concretizzare in maniera definitiva la disgrazia. Tuttavia fu Vera ad accorgersi che qualcosa non andava e a chiederle per prima spiegazioni. Sentendo ciò che Beatrice aveva da dirle, proruppe in una acuta risata. Le rispose che non si sarebbe dovuta preoccupare perché già lei e Bruno avevano pensato a invitarla direttamente da loro. Beatrice rimase di stucco, non era nemmeno arrivata a formulare quella alternativa per astrazione. Chissà perché ma Villa Laurenti le pareva ancora, per certi versi, inaccessibile.
«Sicuri che per voi non è un disturbo?» chiese Beatrice.
«Ma tesoro! Abbondiamo in camere da letto, avere ospiti per noi non è certo un disturbo!»
Sentì un’altra risata provenire dalla stanza, erano le amiche di Vera. Beatrice arrossì e subito se ne vergognò, anche se nessuno poteva vederla. Si diedero appuntamento per il primo di Agosto.
*
Il paese non era cambiato, ogni cosa era rimasta al proprio posto, invariata. Il tempo si dimentica di certi luoghi, è troppo impegnato a modificarne altri. Concentra la sua attenzione sui posti centrali, e risparmia ciò che rimane al margine. Anche Villa Laurenti era rimasta la stessa, non si era consumata, come succede a certi maestosi palazzi antichi schiacciati dal cemento delle nuove costruzioni. Lei continuava a essere quello che era sempre stata, senza deperire ulteriormente. Aveva come suoi alleati gli alberi, l’aria fresca e le rocce. Durante l’inverno si era intrattenuta ascoltando l’acqua che scorreva nel torrente. Un guardiano se ne occupava durante le stagioni fredde. Aggiustava le travi del tetto, le valvole delle tubature, certe tegole del pavimento e, per il resto, lasciava che fosse lo spirito della casa a vegliare sulla sua struttura materiale. Quando i Laurenti stavano per arrivare, scacciava con una scopa i topi, senza ucciderli, perché aveva compassione di tutte le bestie, anche di quelle detestate dagli uomini. Poi, apriva le imposte delle finestre, e sentiva, come dai muri, provenire una voce roca, la voce ancora assonnata di qualcuno che si sveglia. Il suo lavoro era finito. Tuttavia, quando tornava alla sua casa di pietra, la Villa continuava a visitarlo in sogno. Aveva la percezione, prima di addormentarsi, di essere trascinato in una dimensione confinante con la veglia. In quello spazio misterioso, vagava senza peso nei saloni, nelle stanze, nei lunghi corridoi. E non sentiva solo la voce della villa, ma anche la pulsazione del suo intero organismo; enormi polmoni si contraevano e distendevano, occhi da tutte le parti, lo seguivano. Il guardiano conveniva con quello che dicevano in paese, la casa appariva meravigliosa, ma emanava un’energia terribile. Malgrado ciò, lui continuava a riservarle l’ammirazione e il rispetto incondizionati che si addicono a una regina. Era un uomo molto semplice, per questo, dotato d’un incredibile saggezza. Sapeva, in cuor suo, di non poter capire.
Beatrice arrivò nel tardo pomeriggio. Dalla stazione prese un pulmino che ci mise poco meno di un’ora ad arrivare nella piazza del paese. Si stupì quando vide Vera e Bruno seduti ai tavolini del bar. Nei suoi ricordi dell’estate precedente, non ve ne era nessuno che comprendesse la piazza e i due ragazzi nella stessa scena. Erano venuti fino lì esclusivamente per lei. S’alzarono entrambi di scatto dalle sedie quando la videro, Vera aprì le braccia e le corse incontro. Bruno le prese la valigia. Era tale la loro felicità, che ritrovarsi sembrò a tutti un sogno; una fantasticheria che s’aggiungeva a tutte le altre, innumerevoli. Questa sensazione di irrealtà accompagnò Beatrice per l’intero tragitto verso la casa. Guardando il paese riconosceva l’atmosfera invariata, gli odori di gelso e lillà, l’affresco con la meridiana sopra l’ingresso della chiesa. Vera le camminava stretta alla sinistra, Bruno a destra. Non si guardavano attorno, la loro attenzione era concentrata su di lei. Le facevano domande su domande e lei rispondeva a una sì, all’altra no, a seconda di quella che sentiva per prima. Le parole inascoltate rimanevano dietro di loro, si mischiavano con l’aria e tessevano uno strascico.
Beatrice si sistemò nella camera vicina a quella di Vera; una terza porta, al centro del muro, collegava direttamente le due stanze. Decisero di tenerla aperta, poiché tra le due amiche non c’erano imbarazzi. Bruno stava di fronte a loro, nella camera dalle pareti crema dove era sistemato il pianoforte. Parse a tutti la sistemazione più bella e conveniente. Le prime giornate passarono veloci, Bruno era il primo a svegliarsi, solo quando Beatrice usciva dalle fasi più pesanti del sonno, cominciava a sentire la musica. Bruno si svegliava all’alba per suonare. Quindi ogni mattina si ripeteva sempre la stessa scena; prima la musica iniziava a uscire dal pianoforte, e rimaneva in uno spazio confinato, poi, piano piano, le note frangevano lo spazio e animavano il vuoto lasciato dalla notte. A quel punto, quando la musica arrivava fino alle orecchie delle due ragazze, Vera si svegliava e andava a bussare alla porta chiusa della stanza di Bruno. L’intimava a smettere. Batteva, batteva, e Bruno la lasciava fare. Allora in Vera s’accendeva una collera cieca, poiché il fratello la ignorava. Varcava la soglia che divideva la sua stanza da quella di Beatrice e s’infilava nel suo letto. «Hai sentito? - diceva – è impazzito». Beatrice cercava di consolare Vera perché secondo lei Bruno aveva semplicemente a cuore quello che faceva. «Deve esercitarsi per gli esami di Settembre.» le rispondeva, e Vera, muovendo i piedi sotto il lenzuolo, si copriva le orecchie con il cuscino. «Si ostina a suonare come un mulo. – si girava sul fianco e guardava per terra – Odio quel pianoforte.» Bruno scendeva a colazione quando le due amiche aveva già finito di bere il caffè e, con i polpastrelli arrossati, picchiattava sul tavolo a ritmo di musica.
Vera trascinò Beatrice in una nuova attività, che sembrava estasiarla e alla quale si dedicava per tutto l’arco della mattinata; prendere il sole. Non era certo una novità che le ragazze amassero la tintarella, non era una nuova scoperta, ma per Vera sì, e allora lo sembrava in assoluto. Quando Vera incominciava a fare una cosa, la faceva sempre con un entusiasmo eccessivo, come se l’avesse brevettata lei di tutto punto, come se fosse stata la prima. Questo la rendeva oltremodo affascinante agli occhi di Beatrice. Per lei, esistevano due categorie di persone; quelle che inventano miti e quelle che decidono di credere ai miti degli altri. Vera apparteneva alla prima categoria. Aveva un’idea molto elastica della verità e, per formulare le sue opinioni, non si basava solo sulla sua esperienza ma anche su quello che vedeva a teatro, leggeva sui libri o immaginava di avere vissuto. Valeva tutto; a sentirla parlare, a vederla agire, si varcava la porta di un mondo misterioso in cui la realtà veniva innalzata a messinscena. Le sue parole davano forma a un universo fiabesco dove i confini tra verità e menzogna, inevitabilmente, si mischiavano. Nonostante lavorasse di fantasia, non dava mai l’impressione di essere bugiarda. Se avesse smesso d’inventare, probabilmente non sarebbe stata più onesta. Si comportava con assoluta naturalezza e vi era una spontaneità nel suo modo di agire che l’assolveva da ogni accusa. La sua convinzione era totale.
Mentre si metteva il costume da bagno, Vera canticchiava sempre qualche canzone alla moda, con una voce acuta e sottile. Le due amiche scendevano lo scalone a piedi scalzi, avvolte in un asciugamano blu pinzato all’altezza del décolleté, uscivano dalla porta a vetri e preparavano la loro postazione. Trascinavano due sdraio a metà strada tra il lastricato di pietra esterno e il prato, giusto per stare più ventilate, e sistemavano i lettini a contatto l’uno con l’altro, fino a formare una larga piattaforma sulla quale si stendevano di schiena. Non rientravano in casa finché il sole non si alzava fino al centro del cielo, iniziando a scottare. Beatrice all’inizio non sopportava stare esposta tutte quelle ore, ma poi ci prese gusto; poiché aveva deciso di seguire Vera nei suoi entusiasmi, aveva finito per esserne contagiata nel profondo. Bruno non si univa mai a loro, finita la colazione, tornava nella sua stanza al primo piano e continuava a suonare. Una volta, Vera s’era tirata in piedi sulla sdraio, e aveva chiamato il fratello, la cui finestra affacciava sul cortile. Voleva scendesse insieme a loro.
«Per una volta Bruno, vieni!» gli aveva detto a voce alta, con un tono dolce e, al tempo stesso, supplichevole.
«No!» si era limitato a urlare lui, sporgendosi dalla finestra quanto bastava da afferrare le imposte e chiudere le ante.
A pranzo la diatriba era continuata. Seduti al tavolo della sala, aspettavano che Ginetta portasse il primo piatto. Vera aveva il viso arrossato e una fascetta viola che teneva i ciuffi più corti dei capelli all’indietro, evitando che le finissero negli occhi. Muoveva irrequieta la gamba, facendo tremare le posate e i piatti vuoti.
« Sei poco saggio a non prendere mai il sole. Fa male, sai? Da quando prendiamo il sole, io e Beatrice ci sentiamo molto più energiche, molto più vive. »
Bruno in risposta, sbuffò.
Vera continuò; « Sai che la vitamina D stimola il rilascio di dopamina? » Sotto la sua apparente saccenteria, Beatrice intravide l’ingenua richiesta dell’amica.
Bruno lasciò cadere la forchetta con cui giocherellava. Puntò i pugni sul tavolo. La sua espressione, da annoiata, si tramutò in altro. « Non ho tempo, Vera, semplicemente. Non ho tempo di giocare tutto il giorno con te. Si può sapere perché devi ossessionarmi con questa storia? »
Tutto d’un tratto Vera distolse lo sguardò; « Dicevo così per dire.. Non importa.» Contrasse i muscoli del collo e si mise a sedere dritta sulla sedia. Ginetta entrò dalla porta della cucina e cominciò a disporre il cibo sulla tavola.
Per tutto il resto del pranzo, Beatrice tentò di condurre la conversazione su altri argomenti, cercando di ristabilire un clima allegro. Da quel primo giorno, quando avevano percorso la strada dalla piazza fino alla villa, Beatrice era sempre rimasta, in un certo senso, ‘’nel mezzo’’. Aveva assunto la funzione di mediatrice. Man mano che il tempo passava, s’accorgeva del cambiamento sopraggiunto. Prima, per un’ostinazione cieca che trovava la sua origine nell’abitudine, non aveva voluto badarci. Aveva il vizio di rimanere aggrappata alle visioni del passato. Ma era chiaro; il tempo era trascorso. O, meglio, sembrava si fosse messo in movimento. Bruno e Vera non perdevano occasione per discutere, le loro opinioni, una volta così affini, sembravano essersi direzionate, a partire da un punto unico, lungo traiettorie opposte. Le loro idee contrastavano le une con le altre. Beatrice non credeva a quello che dicevano. Forzavano ciascuno le proprie argomentazioni finché non entravano in conflitto. Leggeva, dietro a questo nuovo atteggiamento, il bisogno smodato di sfogare una tensione, una tensione che, con il passare dei mesi, aveva preso a gonfiare. Sotto i loro continui battibecchi si nascondevano motivazioni inconfessabili.
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Nel pomeriggio non andavano più nel boudoir. Vera era convinta di aver lasciato la chiave sul piano di marmo all’ingresso della Villa, ma, quando erano arrivati, non l’avevano trovata. Era sparita. Poteva forse averla portata a Venezia e poi, data la vita frenetica che conduceva, essersene dimentica, oppure poteva averla tenuta il custode, scambiandola per parte del suo mazzo. Insomma, non ve ne era traccia. Giorno dopo giorno, la porta della stanza rimaneva chiusa, confinando in se stessa un intero mondo. Laddove una volta i loro cuori riuscivano ad aprirsi totalmente, ora non vi era che un vuoto inaccessibile. Bruno, quando si era accorto della disgrazia, era sembrato scosso e aveva promesso che presto avrebbe chiamato un fabbro per risolvere l’inconveniente. Tuttavia, il fabbro non venne mai chiamato e i ragazzi si abituarono a fare a meno del boudoir, scendendo a compromessi con il loro antico bisogno, trascorrendo i loro pomeriggi nelle camere da letto o nel salone.
Vera lavorava all’allestimento dell’Ippolito, spettacolo che la compagnia, sponsorizzata dall’Accademia di Venezia, avrebbe mandato in scena nel maestoso teatro della Fenice durante la stagione autunnale. Non esisteva per Vera sogno più felice. Suo padre, celebre critico teatrale, l’aveva sempre cresciuta in quell’ambiente, spronandola con entusiasmo a seguire il suo sogno. In lei si era radicata la sicurezza, quasi sempre conferita dall’educazione infantile, di poter riuscire in quello che voleva. E, così, avendo lavorato duramente tutto l’anno, s’era assicurata il ruolo femminile principale; avrebbe interpretato Fedra, la luminosa figlia di Pasifae e Minosse, la regale sposa di Teseo, re e fondatore di Atene. Una donna bella e rispettata, il cui destino viene sovvertito, così come capita nelle antiche tragedie, dai fatui capricci degli Dei. Venere, infatti, infastidita dalla castità del figliastro di Fedra, Ippolito, scaglia la sua maledizione. Da quel momento, Fedra arderà di passione incestuosa per il figliastro e, dannata, senza possibilità di rivelare il suo amore proibito e folle, avanzerà seguendo i percorsi irti tracciati dal fato, fino alla morte e alla rinuncia.
