bianca notte

bianca notte

Stava soffrendo. Si era portata dietro la sua sofferenza dappertutto da quando era cominciata. Non esistevano luoghi eccezionali. Se la invitavano da qualche parte per «farla distrarre» lei soffriva lo stesso. Durante una serata magnifica nella torre di un pittore toscano, in cui tutti gli invitati le avevano rivolto parole gentili e sguardi che le davano ancora una volta conferma della sua bellezza e della sua giovinezza, si era lasciata coinvolgere in un'allettante conversazione sul gesto psicologico di Cechov, non quel Cechov, ma il nipote di quel Cechov. Le parole uscivano dalla sua bocca con spontaneità. La sofferenza non era come la tristezza: il linguaggio non veniva inibito in nessun modo. Non si sentiva stanca né confusa. Se uno di loro diceva: «È la natura-essenza del personaggio che muove l'attore.» lei rispondeva: «Ammesso che trovi la chiave d'accesso al subconscio.» e non doveva neanche pensarci su. Era facile trovare subito ciò che le serviva. Forse le riusciva più ora che prima, quando ancora non soffriva. Una tensione nelle zone periferiche del corpo la teneva ben sveglia, vigile. Anche se sembra strano nelle zone periferiche del corpo rientra a pieno titolo anche la mente. Le mani, le gambe e la mente formicolavano. Invece avvertiva il petto più che mai fermo e pesante. Non solo: anche e soprattutto indolenzito come quando si è dormito per tante ore in una posizione scomoda. Nulla, neanche la festa nella torre del pittore toscano, nemmeno quell'amabile conversazione su quell'altro Cechov, potevano distoglierla dal suo petto, il centro del suo corpo.

Ormai durava da più di un mese. Lui se n'era andato da più di un mese. «Non all'altro mondo» aggiungeva precipitosa quando ne parlava così (sempre ne parlava così) «da quando se n'è andato via da me» - via da lei all'improvviso senza una lettera, senza un'avvisaglia. Dopo averla consumata con pianificata gradualità nei mesi precedenti aveva compiuto il gesto estremo: l'aveva finita. Eppure era giovane, era bella. Non era stato davvero possibile annientarla. Poteva guarire da qualsiasi umiliazione, da qualsiasi rapina dell'anima. Odiava pensare di avere tutta la vita davanti ma in realtà ce l'aveva tutta, la vita. E questo logicamente lo sapeva. Sapeva anche che quello che le era successo prima o poi capita a tutti, che quel genere di patimento era più che comune, era addirittura universale, una tappa obbligata. Quando si tratta di eventi universali l'umanità si è già pronunciata per fornire istruzioni con ogni linguaggio possibile. I ragguagli e i consigli popolano la coscienza collettiva, quasi in automatico (grazie all'esperienza di molti prima di noi) si sa cosa occorre: volersi bene, non fare nulla di distruttivo, distrarsi. E se i primi due punti lei li osservava da sempre (sempre aveva amato se stessa, sempre aveva voluto creare e non distruggere) il terzo – quello che di solito riusciva meglio agli altri – a lei non risultava solo difficile ma del tutto impossibile. Non aveva mai smesso di alzarsi alle sette del mattino; non aveva mai ceduto nel truccarsi, scegliere i vestiti con cura, uscire di casa per incontrare un amico per colazione. Osservava questi rituali religiosamente. Se prima le sue abitudini le procuravano gioia, ora era davvero come stare in chiesa a inginocchiarsi, fare il segno della croce, mettersi in fila per l'ostia. Erano gesti privi di felicità ma necessari per continuare ad avere fede.

Andò in vacanza in un antico monastero convertito in albergo. Per sbaglio mesi prima aveva prenotato il soggiorno per una persona invece che due. A posteriori l'aveva considerato un errore profetico, affascinante. Aveva deciso che doveva essere un segno.

Era l'unica donna sola. La notte non riuscì a prendere sonno. Per lei fu un evento inedito.

In passato il massimo impedimento era consistito nell'avere in testa qualche pensiero che come un tarlo scavava, scavava … allora tardava il momento in cui ci sarebbe stata abbastanza pace per lasciarsi scivolare nell'oblio. Ma prima o poi la coscienza svaniva, prima o poi subentrava la dolcezza. Aspettò e non successe nulla.

Non c'era un pensiero disturbante che doveva finire il suo giro di giostra, esistevano solo quella tensione che già conosceva e il suo cuore rivestito di pietra. Poteva essere giorno, per come si sentiva non faceva differenza. Era stranamente riposata ma, desiderando che tutto restasse al proprio posto (il mattino, il pranzo, il tè, la sera), si ostinò. Considerava i punti di riferimento fondamentali, l'ordine necessario.

E poi come mai era così riposata? Viaggiava dal mattino precedente, aveva nuotato in piscina, fatto su e giù per le scale dissestate del monastero, bevuto un bicchiere di vino dolce.

Dopo quattro ore passate a rigirarsi tra le lenzuola si tirò a sedere. Dalla finestra della camera vide le sagome dei cipressi e nuvole ambrate intorno alla luna. S'infilò la vestaglia. Uscì dalla camera con il passo cauto di chi compie una terribile violazione. Si fece luce lungo il corridoio con l'accendino, arrivò a poggiare i piedi sulla ghiaia; il rumore dei suoi passi era l'unico rumore, il suo incedere risuonava con solennità nel vasto giardino.

Non c'erano distrazioni. Il tempo era un telaio vuoto, un ronzio superfluo. Girò attorno al lavatoio. Si distese su una sdraio abbandonata nell'erba. Tutto poteva essere compiuto e al tempo stesso niente avrebbe avuto valore, come nell'infanzia. Anche in quel momento soffriva ma l'inutilità aveva coinvolto anche la sua sofferenza.

Da un lato aveva un enorme importanza, si spandeva su ogni cosa, gettava le sue ombre; dall'altro, partendo dal centro del suo corpo, schizzava verso l'alto, si frantumava contro le stelle e si liquefaceva colando a goccioloni giù nell'erba. La foschia di quel parco sconosciuto le parlava come se l'avesse conosciuta da sempre – e lei le rispondeva.

Come nell'infanzia il centro del suo corpo non doleva più rappreso nel silenzio bensì soffriva, soffriva in espansione; a destra, a sinistra, in alto e in basso! Aveva ceduto tutta la sofferenza alla sua insonnia.